Crollano le Borse, l’accordo Usa non basta

L’accordo sul debito americano invia al mondo «un messaggio rassicurante». Suonano stonate come un bemolle in una scala di do le parole pronunciate ieri dal portavoce della Casa Bianca mentre sui mercati andava in scena l’ennesima giornata da incubo, pagata a caro prezzo da tutte le Borse e da quella italiana in particolare, con il consueto corollario di titoli bancari collassati, spread impazziti e rendimenti dei titoli di Stato dalla febbre sempre più alta.
Chi si era illuso che un Obama in sedicesimo, costretto al compromesso pur di evitare l’onta del default tecnico, potesse arginare la marea montante della speculazione, si è subito dovuto ricredere. Dopo una mattinata tutto sommato tranquilla, l’intero pomeriggio è stato scandito dal fuggi-fuggi degli investitori. Anche perchè l’intesa raggiunta non elimina lo spettro di un possibile declassamento del rating sovrano Usa, ovvero la perdita dell’intangibilità finora garantita dalla tripla A; e perchè l’economia a stelle e strisce dà continui segnali di stanchezza, ultimo quello arrivato ieri dalla battuta d’arresto del settore industriale. Risultato: vendere, vendere, vendere. Un brutto mantra risuonato ovunque.
Così, sotto il peso della ritirata collettiva, i prezzi hanno subìto un vero e proprio schiacciamento. Solo Londra (-0,7%) è riuscita a limitare i danni. È andata giù Wall Street (-0,5% a un’ora dalla chiusura), e hanno fatto peggio Parigi (-2,3%), Francoforte (-2,86%) e Madrid, con un -3,24%. Ma, ancora una volta, è stata Piazza Affari la maglia nera: l’indice di riferimento ha sfiorato un crollo del 4% (-3,96% il Ftse Mib), tra sospensioni temporanee per eccesso di ribasso tanto indifferenziate da colpire sia i titoli finanziari, sia quelli industriali. «Delusione da manovra economica», spiegano nelle sale operative. Gli investitori, aggiungono, chiedono altre misure per portare il debito italiano a un livello sostenibile. Prima fra tutte, una patrimoniale una tantum, ipotesi peraltro già bocciata dal ministro Tremonti.
A fine seduta, a Milano si sono contati i cocci: 15 miliardi di euro di ricchezza borsistica bruciati in poche ore, capitalizzazione scesa sotto i 400 miliardi, listino regredito ai livelli d’inizio aprile 2009, cioè al periodo della fase più acuta della recessione. E nel girone infernale in cui sono precipitate da settimane, si sono viste le banche crollare: Intesa Sanpaolo ha ceduto il 7,86%, male anche Mps (-7,87%) e perdita di oltre 7 punti anche per il Banco Popolare (-7,69%); cali più contenuti, ma pur sempre molto consistenti, per Mediobanca (-5,14%), Popolare Milano (-5,3%), Ubi Banca (-7,93%) e UniCredit (-4,32%).
L’ennesima giornata di passione dei titoli del credito, nei cui caveau sono custoditi titoli di Stato per 200 miliardi, segnala che la spia di allarme sul debito resta sempre accesa. Il differenziale di rendimento tra il Btp e il bund tedesco è infatti schizzato al nuovo record di 335 punti. Un ulteriore motivo di preoccupazione è legato al restringersi della forbice dei Bonos spagnoli (spread a 369 punti) rispetto ai nostri Buoni poliennali. Come se il mercato esprimesse lo stesso grado di rischio per entrambi i Paesi. Al punto che lo la scarto tra i tassi di interesse del Btp decennale (al 6%) e quelli dell’omologo titolo iberico (6,16%) è ormai quasi nullo. Di più: qualcuno ricorda che i rendimenti sono solo a circa un punto di distanza dal 7%, livello che indusse la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo ad alzare bandiera bianca con la richiesta di aiuti internazionali.
L’Europa rimane dunque sotto attacco. I dubbi sul nuovo piano di salvataggio della Grecia sono ancora l’ariete di cui la speculazione si serve, ma l’offensiva è a più largo raggio. E se questa pressione non dovesse allentarsi, la Bce potrebbe essere costretta a rimettere nel cassetto, da qui alla fine dell’anno, i propositi di rialzo dei tassi in chiave anti-inflazione.