«Il crollo dei fondi comuni? È tutta colpa delle banche»

da Milano

Per sopravvivere alla concorrenza europea il risparmio gestito italiano deve svincolarsi dal sistema bancario e abbandonare l’approccio generalista per specializzarsi in poche nicchie di mercato. In uno dei momenti più difficili per i fondi di investimento, Massimo Greco, responsabile di Jp Morgan Asset Management (uno dei giganti mondiali del settore) in Italia, suggerisce di guardare al modello estero. Convinto che l’attuale sia «una crisi del prodotto fondo in quanto tale» e che sia «sempre stato il canale bancario a decidere cosa vendere, ma ora è cambiata la strategia e si propongono strumenti forse meno trasparenti».
Eppure a gennaio sono crollati anche i fondi obbligazionari...
«Si tratta di un prodotto poco difendibile che investe in gran parte in titoli di Stato e che ha sempre dato poco valore aggiunto alla clientela. Prelevare l’1% di commissioni a fronte di un rendimento del 4% è molto difficile».
E la frenata degli hedge?
«Hanno una catena di commissioni così elevate da non lasciare quasi nulla al cliente. A dimostrarlo è la matematica: a titolo esemplificativo la media di due hedge con un rendimento rispettivamente del 20% e nullo dovrebbe essere il 10 per cento. Ma una volta impacchettati in un fondo di fondi, tra costi iniziali e commissioni di performance, il rendimento del primo si riduce al 14,4% e il secondo a -2%, per una media del 6,2%. Ridotta poi al 4,1% per l’impatto di altri costi: in pratica uno strumento complesso e illiquido che assicura rendimenti mediocri a fronte di un rischio del 10 per cento».
È vero che la zavorra dei fondi italiani è il Fisco...
«Tra le ragioni per cui i fondi italiani soffrono, la tassazione non c’entra; è un diversivo rispetto ad altri problemi. I cosiddetti prodotti “esterovestiti” sono equiparabili a quelli domestici».
Ci sarà un risiko tra le Sgr?
«La distinzione importante non è tra italiani ed esteri ma tra indipendenti e captive, in altre parole le Sgr dove i fondi sono collocati dai propri azionisti. Secondo uno studio di Boston Consulting, in Inghilterra i fondi di terze parti sfiorano l’80% del mercato contro il 15% dell’Italia. Credo che Londra diventerà il modello, quindi se da un lato ci sono operatori ancorati al captive e dall’altro gruppi capaci di operare nella concorrenza, è inevitabile che gli italiani perdano quote di mercato. Non è molto diverso da quello che sta accadendo nel trasporto aereo con Alitalia».
Quanti operatori ci saranno in Italia tra cinque anni?
«Meno di ora, soprattutto se il modello rimarrà generalista. I piccoli hanno sempre trovato sostegno nell’obbligazionario, ma questo sta venendo meno e quindi la situazione si complicherà».
Come legge l’invito di Draghi a separare le banche dalle Sgr...
«È nell’interesse dei risparmiatori e dei produttori che saranno spinti a diventare più efficienti dalla concorrenza. Ma il rischio è quello di arrivare troppo tardi. C’è una battaglia di retroguardia: una società realmente indipendente deve accettare la sfida di espandersi all’estero. Credo che Draghi speri che le banche, una volta liberate dal collocamento captive, siano in grado di competere in Europa».
Ritiene preferibile il modello Unicredit-Pioneer o la scelta della vecchia Banca Intesa di affidare Nextra all’Agricole?
«Sono entrambi percorsi validi: se penso di essere leader raddoppio, altrimenti lascio. Il rischio è rimanere in mezzo al guado».
Quali sono gli obiettivi di Jp Morgan in Italia?
«Crediamo nell’espansione per linee interne, acquistare non ci interessa così come stringere eventuali joint venture in esclusiva. Il muro del monobrand si sta sgretolando: l’obiettivo è crescere facendo leva su qualità e ampiezza dei prodotti. Le banche stanno capendo che piuttosto di perdere un cliente è meglio aprire al mercato».