Cronache di quotidiana anormalità

Maurizio Schoepflin

«Che succede in questo Paese?» si chiedeva di recente un preoccupato Nicola Forcignanò sul Giornale. E si riferiva alla decisione, quasi incredibile, del consiglio comunale di Genova di intitolare una lapide a Carlo Giuliani, il giovane morto durante i disordini avvenuti in occasione della riunione del G8 di quattro anni fa, mentre si stava scagliando contro un carabiniere brandendo un estintore. Già, che succede in un Paese che rende onore alla memoria di una persona che si accingeva a compiere un grave reato? Sembra davvero un Paese in cui si gioca pericolosamente a rovesciare il senso della realtà e la verità delle cose. E se il caso del povero Carlo Giuliani risulta particolarmente serio e drammatico perché si inquadra nel contesto di una tragedia, vi sono molte altre situazioni, per fortuna di minore drammaticità, che comunque non possono non far riflettere tutti coloro che abbiano conservato un minimo di buon senso. Si tratta di situazioni in cui sembra proprio che un genietto maligno si diverta ad alterare i criteri della più lampante razionalità ed evidente giustizia. Tralascio di ricordare tutte le stranezze (chiamiamole così!) che riguardano il sistema giudiziario, che sono state ripetutamente segnalate e che lasciano a bocca aperta il cittadino normale il quale, per esempio, non riuscirà mai a capire perché accada tanto spesso che pericolosi delinquenti possano tranquillamente passeggiare per le nostre strade grazie a generosi meccanismi di scarcerazione.
Mi soffermo brevemente, invece, a parlare del mondo della scuola, dove, ormai da molto tempo, non è difficile assistere a fenomeni che, per quanto incomparabilmente meno gravi di quelli appena ricordati, autorizzano a porsi la domanda iniziale: «Che succede in questo Paese?». Prendiamo un esempio: dopo che è stato predicato per lungo tempo il verbo dell'egualitarismo, nella scuola di oggi i meccanismi di valutazione sono tutti completamente a favore dei meno bravi e a sfavore dei migliori. Per una serie di scelte errate, che sicuramente hanno la loro origine nell'ubriacatura sessantottesca, difficilmente uno studente che in fondo all'anno si ritrova con due o tre materie insufficienti verrà respinto: un farraginoso sistema di recupero gli permetterà di passare all'anno succesivo sostanzialmente senza dover superare alcun ostacolo. Esattamente come accade al suo compagno di banco, il quale, invece, ha studiato con profitto e ha raggiunto ottimi risultati, dimostrando di essere capace e meritevole. Non v'è dubbio che la retorica del «primo della classe» fosse piuttosto bolsa, ma averla sostituita con un'altrettanto vuota retorica che tende sempre ad assolvere e premiare l'immeritevole non mi pare un grande passo avanti. Che succede in un Paese in cui essere bravi a scuola non conviene e quasi quasi si trasforma in uno svantaggio? La scuola italiana, perduto ogni carattere di selettività (non dimentichiamo che anche quest'anno abbiamo avuto il solito 96 e oltre per cento di promossi all'esame di Stato!), ha finito per concentrare la sua attenzione sugli studenti che ottengono risultati scadenti, agevolandoli in vario modo: è vero che un compito precipuo dell'educatore è quello di prendersi cura dell'alunno più debole, ma ciò non significa che egli debba mortificare gli allievi bravi e impegnati, o deludere quelli eccellenti.
Che succede in questo Paese che innalza monumenti a chi delinque, promuove gli immeritevoli e non premia i migliori?