12enne muore in ospedale, la specializzanda: "Si poteva salvare"

La 12enne è morta subito dopo un'operazione al femore. La specializzanda aveva intuito cosa stava accadendo: "Mi allontanarono dalla sala operatoria"

Forse la piccola Zaray si poteva salvare. La 12enne colombiana, adottata sei anni fa da una coppia pugliese, era stata ricoverata in ospedale dopo essere stata coinvolta in una rovinosa caduta che le aveva provocato la rottura del femore. Un intervento d'urgenza per ridurre la frattura, dal quale però la piccola non si è più risvegliata.

In sala operatoria, lo scorso settembre, l'anestesista al quinto anno di specializzazione aveva capito che c'era qualcosa che non andava, ma la sua opinione non fu presa in considerazione. "Ho ipotizzato in maniera esplicita che potesse trattarsi di ipertermia maligna. Ho toccato la fronte della paziente che sembrava calda". L’ipertermia, una febbre altissima scatenata dall’anestesia, non è mortale se si interviene con il dantrolene, farmaco salvavita indispensabile in ogni sala operatoria.

La specializzanda ha quindi chiesto subito un termometro e il dantrolene, ma le hanno risposto che quel medicinale non c'era più in ospedale."Mi sono spostata con il caposala nella stanza dei farmaci adiacente dove mi mostrava che il dantrolene non c’era e mi disse che da quando le precedenti confezioni erano scadute le scorte non erano state ripristinate". Il termometro, invece, non funzionava.

Ora, dopo quattro mesi dalla morte della 12enne, arriva la relazione della commissione di indagine interna all'ospedale che contiene la ricostruzione della giovane specializzanda.

La ricostruzione

Subito dopo l’inizio dell’intervento alcuni valori preoccupano la dottoressa che interrompe diverse volte gli ortopedici per verificare le condizioni della paziente. Viene anche chiamato più volte l'anestisita responsabile, che non era presente in sala. La specializzanda ipotizza un'ipertermia maligna, ma "alle rimostranze degli ortopedici per le continue interruzioni", dice ancora la giovane dottoressa ai commissari,"mi viene detto di uscire dalla sala esonerandomi dalla mia attività". Nel corso dell'intervento, i medici pensano a un’embolia polmonare. Solo successivamente concorderranno tutti con la specializzanda.

Il farmaco

I commissari affermano che "il dantrolene consegnato all’anestesia/sala operatoria il 4 giugno 2015 sarebbe scaduto nel giugno 2017". Un’anestesista dichiara di averlo somministrato nel tragitto tra la sala operatoria e la terapia intensiva. Ma le possibilità sono tre, secondo i commissari: o la dichiarazione è falsa oppure è stato dato un farmaco scaduto o ancora proveniva da un altro reparto. La cartella clinica rivela che la prima somministrazione è stata fatta in terapia intensiva, ma ormai per la piccola paziente troppo tardi.

Commenti
Ritratto di johnsmith

johnsmith

Mer, 24/01/2018 - 12:12

Sono un trapiantato di cuore. Non è dato a sapere chi e stato il mio donatore. La famiglia che ha concesso il trapianto non sa ne potrà mai sapere chi lo ha ricevuto. Carissimo Sig Mario Bartoli il cuore di suo figlio non è quello che lei sta cercando, perché quel cuore e ancora li con lei. Ed inoltre suo figlio vive non in funzione dell'organo trapiantato nel corpo del ricevente, ma vive con lui esattamente con la stessa intensità che ha con lei. Gioisca di questa sublime fortuna, che grazie alla donazione degli organi fa si che suo figlio continua a vivere nella dimensione che le ho descritto. Eviti di continuare una ricerca che alla fine non ha senso, ed oltretutto la mette in una condizione di non poter gioire a pieno della sublimazione dell'atto. Mi creda penso che questa sia anche la volontà del suo amato figlio.

Ritratto di onefirsttwo

onefirsttwo

Mer, 24/01/2018 - 12:34

In Italia tutto è il migliore del mondo quando non è di pulcinella cioè sempre . LATINAZZI . Yeeeeeeeeeeeeaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh .

Ogliastra67

Mer, 24/01/2018 - 19:14

Quante vittime. Perché al sud ormai è pericoloso farsi curare anche un callo?. Medici impreparati che non fanno corsi di aggiornamento da anni, che hanno anche l'arroganza poi di non accettare i consigli di colleghi ben più preparati e capaci o colleghi che seppur più giovani sono all'altezza della situazione (come in questo caso). Medici di famiglia che per la loro orgogliosa incapacità e impreparazione si permettono di prescrivere dei medicinali diversi da quelli consigliati ad un loro paziente da uno specialista che forse ne capisce un pochino più di loro...

Cheyenne

Mer, 24/01/2018 - 20:21

IL PROBLEMA E' UN ALTRO : I PAZZESCHI TAGLI ALLA SANITA' PER GARANTIRE LA MANGIATOIA AI COSIDDETTI MANAGER