Adriano Sabbadin: "Riportate Battisti in Italia"

Parla il figlio di Lino Sabbadin, il macellaio trucidato dal gruppo eversivo dei "Proletari armati del Comunismo", il 16 febbraio 1979. Dopo 39 anni ancora attende giustizia e chiede un incontro a Papa Francesco

Battisti trema, Battisti trema veramente. Perché se il candidato conservatore Jair Bolsonaro vincerà le elezioni presidenziali in Brasile, il ballottaggio è atteso per il 28 ottobre, estraderà il terrorista italiano.

Tra le vittime di Battisti c'è anche Lino Sabbadin, il macellaio di Santa Maria di Sala, ammazzato a colpi d'arma da fuoco nella sua macelleria il 16 febbraio 1979. La sua “colpa” fu quella di aver reagito a una precedente rapina ammazzando uno dei banditi. Per il delitto Sabbadin gli assassini furono individuati in Cesare Battisti e Diego Giacomin. E vari appelli sono stati fatti per portare Battisti a scontare la sua pena in Italia, ma ancora nulla di fatto.

Adriano, il figlio di Lino, che ora gestisce la macelleria del padre, ha perso il conto di quante lettere e raccomandate ha inviato, di quante volte è finito in qualche trasmissione tv e di quanti politici ha contattato. Quest'anno ha scritto anche alla Santa Sede, a Papa Francesco. Ma la risposta da parte della diocesi di Padova è arrivata bella e chiara. "Mi hanno risposto - dice Adriano - che il Santo Padre mi dà la benedizione apostolica, ma che questa faccenda esula dalle loro competenze". Adriano aveva chiesto un semplice incontro. Voleva andare da Papa Francesco e raccontare la sua storia.

Le ferite che ha Adriano non si rimarginano così facilmente e il ricordo di quel terribile giorno è ancora scalfito nella sua mente, come quei proiettili sul corpo del padre. Adriano quel giorno c'era, Adriano quel giorno ha visto tutto. Adriano, quando il padre venne ammazzato, aveva 17 anni e ha ancora impressi gli spari, il sangue e le urla strazianti della madre. Ogni giorno dentro di lui convive il ricordo del padre steso a terra, quel corpo trafitto da una scarica di pallottole, quel camice inzuppato di sangue e quell’auto verde che sfreccia via.

“Ricordo tutto – racconta – ricordo il grembiule bianco di mia madre completamente sporco di sangue. Quelle immagini sono vive dentro di me e ogni giorno è come se fosse quel giorno. Dopo 39 anni è sempre un’angoscia rivivere quei momenti e ancora oggi abbiamo paura. Nulla è cambiato da anni a questa parte. Nessun risultato abbiamo visto. Quello che ora chiediamo ancora una volta è giustizia. Vogliamo che Battisti sconti la sua pena in un carcere italiano. Che non si proclami innocente, perché innocente non è”.

I legali di Battisti nel novembre 2016, addirittura, avevano presentato ricorso al Tribunale supremo in Brasile perché secondo loro e secondo il loro assistito, ci sarebbero state pressioni dall’Italia per avere l’estradizione. Il 5 ottobre dell'anno scorso, inoltre, venne fermato e arrestato al confine tra Brasile e Bolivia per violazione della legge valutaria. Ma una violazione troppo debole per finire in carcere e quindi Battisti venne rimesso in libertà.

Domenica, dopo aver appreso della possibile estradizione di Battisti, Adriano Sabbadin si è recato in chiesa, perché nonostante la risposta del Santo Padre la fede non l'ha persa, e ha chiesto giustizia. "Sono andato in Chiesa - racconta al Giornale.it - e ho invocato il Signore con tutta la mia forza, ho chiesto giustizia. Mi auguro che vinca Bolsonaro e che Battisti venga estradato per ridare non solo la dignità a mio padre e a tutti gli altri caduti nella stessa mano. E Adriano lancia un appello: "Vorrei incontrare il Santo Padre in un momento da soli, così racconterei tutto quanto".