Gli americani ora rilancino Telecom

Il fondo che un tempo avremmo chiamato «avvoltoio» Elliott ha conquistato, con poco più del 9 per cento del capitale, Telecom Italia, oggi detta Tim. Nel primo comunicato inviato ai giornalisti leggiamo: si «manda un segnale importante all'Italia». Beh sì, il primo segnale è che il comunicato di Telecom Italia è scritto solo in inglese. Tanto per far capire che genere di segnali arrivano. L'inglese è la lingua della finanza, ma un centinaio di euro per fare una traduzione a beneficio dei buzzurri locali, li avrebbero, forse ipocritamente, spesi anche i colonialisti di un tempo.

Quel che conta è la sostanza, che è ben più importante di una traduzione. Gli americani hanno vinto, pretendendo un governo dell'azienda più trasparente e hanno piazzato dieci consiglieri di amministrazione di altissimo livello: da Luigi Gubitosi ad Alfredo Altavilla, da Fulvio Conti a Paola Bonomo.

Nonostante il comunicato dei vincitori, nella community finanziaria milanese in pochi credono che l'attuale amministratore delegato di Tim, Amos Genish, nominato dagli ex azionisti forti di Vivendi, sia così al sicuro nel suo posticino di comando. Sta facendo di tutto, Genish intendiamo, per rassicurare i nuovi azionisti. Ma la sua vita in Tim non sembra così lunga, come la nota di Elliott fa intendere.

Ma facciamo un passo indietro per cercare di capire cosa è successo ieri, nell'assemblea telefonica più affollata di sempre: presente il 67 per cento degli azionisti. I francesi, novelli abati Martin, per un punto han perso la cappa. O giù di lì. In assemblea la loro lista ha ottenuto il 47 per cento dei consensi, contro il 49 della lista indipendente degli americani. Insomma, poco più di un punto percentuale di capitale che, spostandosi da una parte, l'ha fatta prevalere. I furboni della Cassa Depositi e Prestiti sono stati determinanti. Nelle settimane scorse si sono messi ad accumulare circa il 5 per cento di Telecom, per poi farlo valere in assemblea al fianco di Elliott. Dal punto di vista strategico, ottima mossa. Dal punto di vista politico, altrettanto buona, per i vertici in scadenza. Dal punto di vista della coerenza, piuttosto arrischiato coinvolgere il risparmio pubblico in una battaglia finanziaria all'ultima opzione. Anche se un'altra Cassa depositi e prestiti, ma questa volta francese, si fece pochi scrupoli ad entrare nel maggio del 2015 proprio a supporto di Vivendi e del suo dominus Bolloré. Dunque, molto pragmaticamente, conviene chiedersi per quale motivo in questa battaglia i francesi possano schierare le loro truppe pubbliche e noi non si possa fare altrettanto.

A questo punto lo scorporo della rete Telecom da se stessa a beneficio di una nuova società della rete (con Openfiber) e sotto il cappello pubblico sembra più facile. I piccoli azionisti che ieri godevano e applaudivano quasi fossero allo stadio (come bene ha fatto notare Franco Bernabè) hanno un'idea singolare del proprio investimento: gioiscono del fatto che la propria azienda diventi un semplice rivenditore di traffico telefonico. Affari loro.

Ma perché Elliott ha dunque vinto? Non basta il 5 per cento del Tesoro attraverso Cdp, pur essendo stato determinante. Ha obbiettivamente convinto una vasta platea di fondi azionisti: come si suol dire il mercato ha votato per loro. I francesi di Vivendi hanno invece raccolto un magro bottino: meno del dieci per cento del capitale presente ha creduto in loro.

E il motivo è semplice. Dei francesi, la maggioranza degli investitori non ne poteva più. Con il 24 per cento del capitale si comportavano come se fossero i padroni assoluti. Agivano in conflitto di interesse in molte business unit. Facevano accordi internazionali e vendite solo in funzione dei loro legittimi, ma non maggioritari, interessi. Insomma, un comunicato in inglese val bene anni di gestione schizofrenica. E fatta solo nell'interesse di Parigi, più che degli azionisti.

Elliott, insomma, ha vinto perché i francesi hanno stufato. Vivendi ha sacrificato in Telecom circa un miliardo e mezzo di euro e oggi, con quattro miliardi investiti, non controlla più il consiglio di amministrazione. Se gli americani non raddrizzeranno l'azienda, facendole fare il suo business, mettendo un uomo in grado di riprenderla in mano dal punto di vista manageriale e disegnandone un futuro meno ballerino, il rischio è di perdere una gloriosa impresa italiana. Fino ad oggi, grazie alla rete, è sopravvissuta alle perturbazioni, da domani dovrà nuotare senza braccioli. Altrimenti, alla prossima assemblea, potremmo rivedere un nuovo, l'ennesimo, ribaltamento di campo.

Commenti

marygio

Dom, 06/05/2018 - 08:03

quindi? la rete verrà espropriata? regalata? tim alla fine della fiera resterebbe sul mercato come rivenditore traffico telefonico? mal che vada, ma non sarà così, si ritroverebbe in buona compagnia con wind infostrada vodafone e iliad. tutta gente che vende traffico telefonico non panini al salame.