Bari, sostanze cancerogene tinture Wella: risarcito un parrucchiere

Per questo il tribunale civile ha condannato l'azienda a risarcire i danni biologici per 46mila euro all'uomo che aveva fatto ricorso, a cui è stata diagnosticata una sindrome dismielopoietica

In due tinture per capelli della Wella Italia Labocos sono presenti sostanze tossiche e cancerogene, vietate dalla legge, che possono aver provocato la patologia tumorale di cui è affetto un parrucchiere barese di 63 anni che per vent'anni ha utilizzato quei prodotti, inalando le sostanze nocive contenute. Per questo il tribunale civile di Bari ha condannato l'azienda a risarcire i danni biologici per 46mila euro all'uomo che aveva fatto ricorso, a cui è stata diagnosticata una sindrome dismielopoietica.

Il palazzo di giustizia ha bacchettato anche la Wella per non aver predisposto sui prodotti "maggiori cautele informative", come l'uso della mascherina per i parrucchieri. Secondo il legale della Wella, Gianluca Morretta, la sentenza, che sarà appellata, è "sbagliata nelle fondamenta". Le analisi tossicologiche compiute sulle tinture Wella Koleston dall'Istituto di medicina legale dell'Università di Bari- si legge nella sentenza- hanno rilevato la "presenza di sostanze cancerogene, tossiche nei prodotti cosmetici Kolleston 1+1 e Creation color gel". In particolare, i periti hanno riscontrato nelle tinture per capelli la presenza di "benzene e toluene": il primo è ritenuto irritante per la pelle, gli occhi e il tratto respiratorio; il toluene è nocivo per inalazione e per contatto con la pelle. Le due sostanze, inoltre, "risultano da tempo limitate nei Paesi della Comunità europea da specifiche normative di legge", in forza "delle accertate proprietà cancerogene nei confronti dell'uomo" spiega la sentenza.

I periti aggiungono anche che "i livelli di tossicità delle sostanze contenute nelle tinture esaminate aumentano esponenzialmente col passare del tempo e se vengono in contatto con l'acqua e con l'ossigeno". Da qui la decisione del giudice di stabilire, seppure applicando il criterio civilistico del "più probabile che non", il nesso di causalità tra tinture e patologia, quest'ultima già riconosciuta dall'Inail nel 2004 al ricorrente come malattia professionale. Secondo il giudice, è stata la stessa Wella nella comparsa di costituzione ad ammettere "la presenza nei suoi prodotti di sostanze tossiche cancerogene vietate dalla legge, quali la 4-amino-2-hydroxytoluene e il toluene-2,5-diamine sulfate". E pur a conoscenza del potenziale pericolo, la multinazionale "non ha fornito informazioni sull'esatto impiego dei prodotti e sugli effetti collaterali, come invece s'impone alla stregua della normativa comunitaria".