Basta l'esame del sangue per sapere se l'Alzheimer ci colpirà

È una vera e propria emergenza sociale, che in Italia coinvolge oltre un milione di persone. Non ci sono cure ma con una diagnosi pre-clinica possiamo conoscere un anno prima il nostro destino

Età, geni, ipertensione, fumo, diabete, bassa scolarità, ictus: li hanno definiti i «sette peccati capitali», cioè i fattori di rischio, nello sviluppo dell'Alzheimer. Ma lo spettro delle cause scatenanti è così ampio che è come dire tutto e niente. E infatti la scienza non offre ancora spiegazioni esaurienti quando tenta di spiegare perché si scatena questa terribile demenza. In realtà, di Alzheimer possono essere compiti tutti, chi non fuma e chi non è iperteso, chi è una persona colta e chi ha la glicemia nella norma.

La bestia nera colpisce nel mucchio. Ma - questo sì lo dicono le statistiche - attacca il cervello degli over 65 anche se è sempre meno una malattia della vecchiaia. Cinque su cento malati sono stati colpiti dai primi sintomi tra i quaranta e cinquanta anni, o tra i cinquanta e sessant'anni. E il campanello d'allarme precoce più comune è la perdita di memoria a breve termine. Altri segnali sono il dimenticare date o eventi importanti, chiedere le stesse informazioni più volte, un sempre maggiore bisogno di contare su promemoria. A volte si possono avere problemi per guidare l'auto verso un luogo familiare, per gestire un budget al lavoro o ricordare le regole di un gioco. Con l'avanzare dell'età possono aggiungersi sintomi come l'afasia, il disorientamento, i cambiamenti repentini di umore, la depressione, l'incapacità di prendersi cura di sé. Anche se la velocità di progressione può variare, l'aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni.

Ma quando si scatena il morbo? Nel momento in cui nel cervello si deposita una proteina tossica nota come beta-amiloide che si auto-assembla rapidamente e si accumula fino a formare placche che interrompono i collegamenti all'interno della corteccia cerebrale, causando la perdita di funzionalità dei neuroni e il decadimento cognitivo. La malattia sta diventato una piaga sociale. Attualmente in Italia ci sono 1.241.000 persone con demenza, che diventeranno 1.609.000 nel 2030 e 2.272.000 nel 2050. I nuovi casi nel 2015 sono 269.000 e i costi ammontano a 37.6 miliardi di euro. Fuori confini il problema non cambia. Questa patologia rappresenta il 50-60% delle demenze, e interessa 46,8 milioni di persone nel mondo. E tra 20 anni raddoppieranno.

Di fronte a queste cifre ci si domanda: a che punto è la ricerca? Desolante. Il 99,6 per cento dei trials farmaceutici sono falliti e solo un farmaco dal 2004 è stato commercializzato. Ad oggi, dunque, non esistono trattamenti realmente efficaci, ci sono solo terapie sintomatiche, presenti da 10-15 anni ormai che migliorano i sintomi della patologia senza però inibirne la progressione.

E a questo punto la parola d'ordine è intervenire molto prima (e questo è possibile) grazie a una diagnosi pre-clinica. Per esempio, è stato messo a punto un esame del sangue che identifica un set di dieci proteine e riesce a prevedere l'insorgenza della patologia con almeno dodici mesi di anticipo. Inoltre è fondamentale mantenere alta la riserva cognitiva del cervello per difenderlo il più a lungo possibile dalla possibile degenerazione. Non può mancare una dieta alimentare mirata. E' consigliabile mangiare pesce e frutta secca, come le nocciole, le mandorle o le noci e anche carne di pollo. Sono alimenti che contengono acidi grassi polinsaturi omega-3, e che hanno la capacità di ridurre i tassi sanguigni della proteina beta-amiloide che è associata ai problemi di memoria e alla malattia. I ricercatori hanno dimostrato infatti che più un individuo consuma omega 3, più sono bassi i tassi di proteina beta-amiloide nel sangue.

Fanalino di coda si piazza la ricerca che, nonostante i fallimenti, non abbassa la guardia. Si sta lavorando a un anticorpo monoclonale, l'aducanumab, che sarebbe in grado di ripulire il cervello trascinando via la beta-amiloide che, quando si accumula, è responsabile della malattia di Alzheimer. Il farmaco è stato già somministrato ad alcuni pazienti che, dopo circa un anno, hanno iniziato a mostrare miglioramenti cognitivi significativi e hanno rivelato, negli esami specifici, una diminuzione della proteina incriminata. Rallentare la diffusione di questa proteina è l'obiettivo finale della ricerca e si stima che entro tre anni possa essere in commercio il farmaco capace di combatterla.