Il bavaglio è un assist alla Lega

Senza Luigi De Magistris a stracciarsi le vesti e i centri sociali a lanciare petardi e bombe carta per le strade di Napoli, sarebbe stato niente più che un ritrovo per pochi intimi. Ignorato al Sud e velocemente dimenticato al Nord, dove l'afflato nazionalista di Matteo Salvini piace così tanto ai militanti della Lega che qualche giorno fa l'appuntamento alla Mostra d'Oltremare era stato persino rimosso dalla pagina Facebook del Carroccio a causa dei commenti eccessivamente coloriti postati dalla militanza più tradizionalista.

Con buona pace di San Gennaro, però, il sindaco di Napoli è riuscito nel miracolo. E nonostante le comunali dello scorso giugno siano state per la lista «Noi con Salvini» un gigantesco flop proprio al Sud - dal 2,7% di Roma all'1,9 di Caserta fino allo 0,8 di Olbia e allo 0,2 di Crotone -, ieri il leader della Lega ha fatto il pienone e ottenuto la ribalta di giornali e tv. De Magistris, insomma, è riuscito nell'impresa di accendere la miccia dei centri sociali, legittimare gli scontri di piazza e convogliare un sentimento di solidarietà verso un Salvini di fatto eretto a paladino della democrazia. Anche gli eccessi verbali del segretario della Lega, infatti, passano necessariamente in secondo piano davanti a un ex magistrato che si fa forte del suo ruolo istituzionale per pretendere di togliere il diritto di parola a un avversario politico.

Detto questo, sarebbe sbagliato pensare che a uscire vincitore da questa assurda querelle sia Salvini. Non tanto perché è piuttosto improbabile che il consenso e la simpatia raccolti ieri si possano trasformare in voti, soprattutto al Sud. Quanto perché ancora una volta il segretario della Lega ha dimostrato di non avere la statura di un leader che possa unire e includere. Pur avendo il sacrosanto diritto di parlare, infatti, la scelta di non rinunciare al comizio di Napoli nasconde la volontà di accendere gli animi e aizzare lo scontro più che la voglia di proporsi come un leader che unisce. D'altra parte, non è un caso che nonostante l'enorme dispendio di energie e di denaro della lista «Noi con Salvini» - che sarebbe dovuta essere la costola nazionale della Lega - il Sud continui a vedere il segretario del Carroccio come un corpo estraneo, al punto che ieri a Napoli i manifestanti evocavano proprio La canzone del Piave del «non passa lo straniero». Insomma, rispetto a due anni fa - quando a Palermo venne accolto da alcuni lanci di uova - non è cambiato niente. E questo nonostante Salvini abbia più volte chiesto scusa «in ginocchio» per i suoi toni e persino per i suoi scivoloni (su tutti il coro da stadio contro i napoletani in quel di Pontida).

La verità è che quel passato non si cancella e che da Roma in giù difficilmente potranno mai perdonare al segretario della Lega quanto fatto o detto in questi anni. Non un dettaglio per chi ha l'aspirazione di essere un leader nazionale di una forza che si definisce «sovranista» e che, dunque, ha come obiettivo principale quello di difendere gli interessi, l'identità e la sovranità nazionale. Sta qui l'abissale distanza che passa tra Salvini e Marine Le Pen. Se la presidente del Front national può legittimamente proporsi in Francia come una leader nazionalista e nazionale, in Italia il segretario della Lega difficilmente riuscirà a non essere divisivo.