Il lavaggio del cervello a Mahmoud. Così a 17 anni stava per andare in Siria

Ben Ammar è stato catturato dalla rete jihadista su internet. Studente tranquillo, oggi ha 19 anni e non è mai partito: forse ha avuto paura

nostro inviato a Cermenate (Co)

La jihad e la Brianza. Fino a ieri sembrava fantascienza, un format per qualche fiction. E anche oggi quel nome spuntato fra le carte dell'inchiesta bresciana atterra da queste parti come un disco volante. Mahmoud Ben Ammar non lo conosce nessuno. Nei bar l'argomento del giorno è l'arrivo di Ron Artest, mito della Nba, che dovrebbe rinverdire le glorie sotto canestro della vicinissima Cantù e dell'intera Brianza. Se invece si vira dal basket alla cronaca nera, allora Cermenate si guadagna un posto d'onore, con arresti a raffica, nelle inchieste sulla «locale» della ‘ndrangheta firmate da Ilda Boccassini. Adesso si scopre che invece il Califfato dell'Isis era arrivato pure a queste latitudini, fra le ville ben pettinate e i capannoni dei mobilieri che, guardacaso, simpatizzano per la Lega e guardano con occhio clinico chi viene da fuori.

Ma le analisi e gli stereotipi sociologici finiscono qua. Mahmoud ha 19 anni e ne aveva solo 17 quando è iniziata questa storia. E già questo dato dovrebbe far riflettere sull'impalpabilità del contagio. Ben Ammar ha alle spalle una famiglia normale. Padre e madre tunisini, un fratellino e una sorella più piccoli. Se si vuole è italo-tunisino di seconda generazione. Pochi elementi su cui costruire un'altra identità e la vocazione al martirio. «Il problema – spiega al Giornale il procuratore generale di Brescia Pierluigi Dell'Osso – è che il suo indottrinamento è avvenuto per via telematica. Navigando su internet». In uno spazio virtuale che non ha confini e che non è identificabile con alcun luogo fisico. «Non cerchi un bar, una moschea o un circolo culturale di matrice islamica – prosegue Dell'Osso – lui si è lasciato suggestionare scambiando mail e messaggi con i reclutatori che abbiamo arrestato». Schegge del pensiero del Profeta e del Corano rimasticate col furore inarrestabile dell'ideologia. L'idea, ingenua e folle, di recuperare così la purezza della tradizione e della propria cultura. Così un ragazzino cresciuto nel cuore ricco della Lombardia viene abbagliato e abbraccia la causa del terrorismo. Stabilisce di partire per la Siria, come centinaia di suoi coetanei sparsi nell'opulento Occidente. Però il lavaggio del cervello non basta per soffocare dubbi e paure. Mahmoud tentenna, si tira indietro, a un certo punto non sente più il fascino cupo della guerra ai crociati. Resta impigliato nell'indagine della Digos di Brescia, anche se le sue responsabilità sono poca cosa: gli perquisiscono la casa, portano via materiale ma più per studiare il caso che per incastrarlo. La giornata più difficile del giovane va avanti con un lungo interrogatorio, ma Ben Ammar non ha bisogno di un difensore. Non l'arrestano e neppure lo indagano. Gli investigatori vogliono solo capire come sia finito dentro questa gigantesca piovra che dal deserto dell'Irak arriva fino alle case con i nanetti di gesso dell'hinterland milanese. Fino a questo giovane che frequenta la quarta dell'istituto tecnico Leonardo da Vinci di Como e che si è pure arrangiato con qualche lavoretto in giro.

Il sindaco Mauro Roncoroni, medico, eletto con una lista civica centrista, conferma che fuori, oltre le nuvole inquiete del web, c'è solo una calma piatta: «Se si tratta dei Ben Ammar che ho in mente io, allora le dirò che parliamo di una famiglia che è qui da molti anni, regolare, integrata, per nulla problematica. Per me i Ben Ammar sono solo un cognome che non mi ha mai dato alcuna preoccupazione». Un frammento della comunità straniera: 600 persone sulle 9000 di Cermenate. L'equazione facile sulla povertà e il disagio non funziona. Non oggi. Non qui.