Blatter, quel Napoleone vicino alla sua Waterloo

Doppiogiochista, inossidabile, ricchissimo da decenni è il padrone assoluto della Fifa. E il custode di troppi segreti

Blatter studia un'apertura maggiore ad Africa e Asia

Nome: Joseph, Benjamin, Sepp. Cognome: Blatter. Nato: a Visp, Svizzera, valle del Rodano, il 16 di marzo del 1936. Altezza: un metro e sessantotto centimetri. Peso: variabile. Lingue parlate: tedesco, francese, inglese, italiano, spagnolo e qualcosa di portoghese. Titoli di studio: laurea all'università di Losanna in Scienza dell'Amministrazione ed Economia. Coniugato tre volte, Liliane Biner, Barbara Kaser, Graziella Bianca, figlia 1, Corinne, nipote 1, Serena. Attualmente single ma accompagnato da Ilona Boguska. É cattolico ma nel 2003, causa divorzio, non gli fu consentito di portare all'altare, cioè in chiesa, la terza sposa, Graziella. Hobbies: film thriller, moda femminile con annesse, sudoku e automobili veloci. Curriculm vitae: segretario dell'ente turismo vallese, responsabile della comunicazione della Longines, orologi, segretario della federazione svizzera di hockey su ghiaccio, dal '72 al '76 nell'organizzazione dei Giochi dell'Olimpiade, in Fifa dal 1975 e da lì non si muove più, da direttore a segretario generale a presidente. Lo chiamano mister Teflon, coefficiente bassissimo di attrito, antiaderente. Altri lo definiscono il Napoleone del football, già si odono i tamburi di Waterloo. Ad altri ancora fa venire in mente il pupazzo che ondeggia, lo spingi, sembra cadere e si rialza, l'Ercolino sempre in piedi dei bei tempi di Carosello. Sepp Blatter è un uomo che non si piega e non si spezza, figlio di un operaio di una fabbrica chimica, sin da piccolo indossava il blu, il colore della tuta di suo padre. In tenera età aveva intuito che il pallone, oltre a essere il giocattolo e il gioco preferito era anche il sol dell'avvenire, infatti spazzolava e lucidava, con lo sputo e la cera, montagne di scarpe, sandali, mocassini per racimolare i denari necessari per il primo paio di scarpe da pallone. Il Losanna gli offrì il primo contratto professionistico ma suo padre lo bloccò prima della firma: «Dove vai? Con il calcio non guadagnerai mai abbastanza per vivere». Papà Blatter non aveva capito il giro del fumo e il senso della vita di suo figlio, il quale sarebbe diventato anche colonnello dell'esercito elvetico, mai in guerra ma sempre in trincea, pronto a servire la patria Fifa. Un uomo solo al comando di una potenza che non ha uguali. Provate a chiedere chi sia Ban Ki-moon e, subito dopo, rivolgete la stessa domanda su Blatter. Il primo è il segretario generale dell'Onu e deve gestire 193 nazioni, detti stati membri, il secondo se la spassa con 209 Paesi, 16 in più del suo collega sudoreano ma con un'illustrazione e un potere che nemmeno Obama e Putin possono vantare. Perché chi comanda il calcio comanda un movimento che non riguarda soltanto i calciatori, le partite di football, arbitri e addetti: è l'uomo che decide se un torneo, piccolo o grande, vada assegnato a quel Paese, con tutti gli annessi, politici, finanziari, economici, sociali e uno spropositato ritorno di cassa.

Blatter vive di calcio da quarant'anni e non intende arrendersi. Viaggia sui 15 milioni annui di salario, tutto compreso. Ha fatto fuori colleghi, consulenti, collaboratori, ha giocato su due, tre tavoli quando era il segretario generale di Joao Havelange, ha preso in giro Cristiano Ronaldo e poi Platini, finge di amare Maradona da cui è odiato, non va d'accordo con Beckenbauer, Figo e altri cento ex campioni ma resiste, resiste, resiste, avendo negli armadi del suo ufficio a Zurigo più scheletri della morgue di Parigi. Le sue frasi celebri sono da best seller della comicità: «Il razzismo nel calcio non esiste, anzi è una sciocchezza», «Il calcio è più importante dell'insoddisfazione della gente», «La tecnologia non aiuta gli arbitri», «É il momento di introdurre la tecnologia», «Il mio sogno è che i gay non facciano l'amore», «In Qatar i gay non avranno problemi. Eviteranno di fare sesso», «Il calcio è macho, per le donne è dura». «La Fifa è più influente di tutti i paesi del mondo e di ogni religione per via delle emozioni positive che sprigiona».

Così parla un uomo vero, dunque, un gigante che non ha piedi d'argilla, al massimo sono piatti. Come quelli dei poliziotti che mercoledì all'alba hanno dato la sveglia a lui e a mezza Fifa.