Caldoro corre per il bis ma sul voto incombono faida dem e astensione

Il presidente uscente non teme l'effetto-martirio causato dall'Antimafia sul suo sfidante. Ma l'atmosfera è tesa: "Vince chi perderà di meno"

Forse finirà in clausura, il voto per queste Regionali «più brutte della storia». Un'astensione totale come quella minacciata dalle Clarisse napoletane che travolsero d'entusiasmo il Papa ma subirono le smanie censorie della Littizzetto. E che si sentono ora smarrite di fronte all'ultima scomunica comminata dalla Rosybindi (se vogliamo una Littizzetto senza guizzi comici, almeno volontari). Scomunica verso tutta la politica, come viene interpretata da una regione e da una città, Napoli, nella quale il tasso di diffidenza e disincanto verso il potere, in qualsiasi forma sia espresso, è storicamente altissimo.

Quella del non-voto, dell'indignazione generalizzata e rafforzata dalle ultime vicende bindiane, sarà il vero bilancino di questo testa a testa tra il presidente uscente, Stefano Caldoro e l'arrembante sindaco-sceriffo di Salerno, Vincenzo De Luca. «Vince chi perderà meno», ammette con un velo di rammarico Caldoro, che dopo una gran rimonta rischia ora di perdere per l'«effetto Bindi», quel che una vecchia volpe della politica come Mastella immagina essere «la patente di martire concessa a De Luca». In effetti, è questo il paradosso dei paradossi, considerato che la presidente dell'Antimafia voleva fare un dispetto a Renzi e al suo candidato campano, ma rischia di aver loro tirato la volata. Tutto dipenderà dal comportamento dei tanti «indignados» campani: quelli che sono rimasti schifati e sconcertati dalla lista di proscrizione e quelli che la recepiranno come l'esplicito invito a fare di tutta l'erba un fascio. Entrambe le categorie potrebbero rifiutarsi d'andare a votare, per motivi opposti. Oppure indirizzare il proprio voto verso il candidato maggiormente colpito dal diktat, o ancora verso i movimenti di protesta, come i Cinquestelle, dati in grande risalita soprattutto nelle grandi città (oltre il 20 per cento). Come sempre, quando si sollecitano gli istinti di «pancia» previsioni sul comportamento dell'ultim'ora risultano quanto mai azzardate. «Io non ci credo, all'effetto martirio per De Luca. Penso invece che l'impresentabilità sancita gli alienerà parte del bacino elettorale pidino...», dice Caldoro, e non si sa se sia scaramanzia o scienza politica. Il governatore uscente ce l'ha messa tutta per risalire la china, recuperando nell'ultimo mese i quasi dieci punti di svantaggio. Caldoro però non vuole assolutamente gettare la croce sulla presidente dell'Antimafia: «Non poteva fare altrimenti, lei non c'entra: s'è assunta la responsabilità e ci ha messo la faccia... Ma la responsabilità è di tutti i partiti che hanno votato assieme per quei criteri sicuramente sbagliati», dice, da galantuomo com'è sempre stato. E sarà comunque minimo, secondo lui, lo spostamento causato dalla pronuncia d'impresentabilità a carico del rivale. Un personaggio «la cui capacità amministrativa s'è affievolita notevolmente negli ultimi cinque anni, mentre andavano peggiorando i freni alle proprie debolezze caratteriali; però De Luca ha una sua coerenza, è figlio di una cultura stalinista vecchio stile. Una specie di folkloristico Nikita Krushov...». Rappresentazione triste di un Pd sempre fortissimo in Campania, che «ha riportato alla ribalta il Sud che uno vorrebbe dimenticare». Ma adesso questo è accaduto, e con questo occorre confrontarsi. De Luca chiama alla mobilitazione generale, Caldoro s'appella a impegnarsi «fino all'ultimo voto». La nottata deve passare, una volta di più.

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