Chi non denuncia i violenti firma la sua fine

La violenza non è eccesso d'amore. Chi non denuncia artefice del proprio calvario

Chi non denuncia è complice. La violenza non è mai eccesso d'amore, è violenza. Accettarla come una passione deviata, sentirsi inadeguata perché se lui reagisce così è pure colpa mia, forse sbaglio qualcosa, dovrei essere meno assillante, più mansueta, dovrei imparare a capire i suoi stati d'animo, stavolta mi ha picchiato ma lo vedo che è sinceramente pentito, non lo rifarà, non riaccadrà.

E poi riaccade una, due volte, e impari a mascherare i lividi sotto uno strato di fondotinta, tagli i ponti con i parenti che non credono alla storia che sei scivolata in bagno, sei inciampata in strada, d'un tratto ti ritrovi da sola in balia di un uomo che non ti ama ma ti manda all'ospedale. Bisogna partire da qui: chi picchia non ama. Chi non denuncia è artefice del proprio calvario, complice dell'aguzzino che si è scelta. «Serve una cultura della denuncia: imparate a riconoscere i segnali di allarme», ha dichiarato il questore di Milano Antonio De Iesu dopo l'ennesimo caso di un assassinio evitabile.

La vittima si chiama Rosanna Belvisi, una cinquantenne originaria di Pantelleria, appassionata di immersioni e cucina, s'immortalava su Facebook con amici e familiari insieme a succulente pietanze sicule. Da vent'anni subiva le angherie di un marito irascibile e aggressivo che l'altra mattina, al culmine di una lite, l'ha accoltellata per 23 volte con un coltello che, ha spiegato, doveva servirgli a sbucciare un'arancia. Al termine di un lungo interrogatorio l'uomo ha confessato l'omicidio: «Lei si trovava davanti a me nella stanza da letto, stavamo discutendo per la mia storia extraconiugale. Ricordo che ci siamo alzati normalmente verso le 8.30. Come al solito, mia moglie ha iniziato a rinfacciarmi la mia vecchia storia. Ha cominciato a dirmi: Sei un bastardo, non dovevi fare un figlio con lei». Il rancore per quel tradimento che ha generato un figlio fuori dal matrimonio è soltanto l'ultimo tassello di una relazione coniugale impantanata nella violenza. Lo scorso novembre Rosanna viene a conoscenza della doppia vita del marito, le discussioni si intensificano, le forze dell'ordine intervengono due volte in via Coronelli, allertati dai vicini per le urla.

Andando a ritroso nel tempo, si scopre che già nel 1995 l'uomo accoltella la moglie provocandole ferite guaribili in dieci giorni. In quel caso lui sostiene di non trovarsi in casa al momento dell'aggressione, la moglie lo difende e non sporge denuncia contro il padre della propria figlia. Non c'è traccia di una qualche richiesta d'aiuto presso una procura o un centro anti violenza. Rosanna si rassegna all'abuso come a un castigo divino. Fino all'ultimo grido dopo il quale rimbomba, profondo, il silenzio.