Chiunque vinca, Bruxelles ha perso

Gli europeisti convinti non dovrebbero comunque cantare vittoria

Uno che di uomini s'intendeva, Rudyard Kipling, scriveva: «Un italiano, un bel tipo; due italiani, una discussione; tre italiani, tre partiti politici». Ovviamente, dei suoi connazionali, lo scrittore aveva idee ancora più chiare: «Un inglese, un cretino; due inglesi, due cretini; tre inglesi, un popolo». Non so se questi giudizi possano valere ancora adesso perché, con il referendum su Brexit in onda oggi, i cittadini britannici sembrano tutt'altro che compatti come un sol uomo. Chissà se alla resa dei conti prevarrà la ragione di Stato su tutto il resto e la perfida Albione deciderà di restare in Europa, pur così bistrattata, piuttosto che tentare una nuova avventura nel mare della crisi economica. Intendiamoci, l'assassinio di Jo Cox, caduta sotto i colpi di un pazzo anti-europeista, ha certo influito, in questi giorni, nella scelta di molti sudditi di Sua Maestà, ma anche la classica prudenza britannica, molto simile a quella dei nostri democristiani della Prima Repubblica, alla fine, conterà molto nelle decisioni dell'ultima ora.

Ma, a dispetto del risultato, gli europeisti convinti non dovrebbero comunque cantare vittoria: se non cambierà rapidamente la rotta del Vecchio continente, il problema è solo rimandato perché, senza correttivi, tutti, prima o poi, Draghi o non Draghi, fuggiranno dal transatlantico europeo. Qualcuno potrà anche accusarmi di essere un po' troppo catastrofista, ma i dati e i confronti parlano chiaro: se a tentare di chiamarsi fuori sono stati i flemmatici britannici, che pure hanno meno handicap rispetto agli altri partner, a cominciare dal fatto di avere conservato la vecchia e cara sterlina che può ancora sventolare sul pennone più alto, cosa dovrebbero dire gli altri membri del circolo non più esclusivo di Bruxelles e Francoforte, Italia in primis? Nicholas Farrell - un giornalista inglese di Oxford che da anni si è trasferito in Romagna dopo avere lavorato, come commentatore di punta, allo Spectator - non ha dubbi in proposito: se la Gran Bretagna è penalizzata dall'Europa, ancor più lo è l'Italia perché risente maggiormente delle angherie tedesche ed è pure prigioniera dell'euro che si è rivelato un clamoroso «boomerang». Per di più la maggioranza delle decisioni non è assunta dai parlamenti nazionali, ma dagli euroburocrati che la impongono, dall'alto, in modo sempre meno democratico.

Come dar torto all'amico Farrell? Anche molti italiani considerano l'Europa una camicia di forza e non certo un'opportunità. Il messaggio che arriva da Brexit è, quindi, molto chiaro: una vittoria dei «no» al referendum odierno sarebbe una finta vittoria perché il problema è solo rimandato. Stiamo ancora assieme perché siamo troppo deboli per avventurarci, da soli, verso nuovi approdi. Continuiamo a guardare al nostro orticello, peraltro molto desertificato, e non ci rendiamo conto che, attorno a noi, tutto potrebbe cambiare molto in fretta. E non c'è più neppure la Manica che ci divide.

Giancarlo Mazzuca