"Corro da 41 anni. Il mio doping? Il parmigiano"

Marco Olmo, 69 anni, partecipa a maratone da 240 km. «Sono un vecchietto ma mi fa star bene»

Una volta un giornalista giapponese è andato fino a Robilante, provincia di Cuneo, per parlare con lui. «Siamo stati seduti su una pietra per tre ore, con uno che filmava e un altro che traduceva dal giapponese. Mi ha fatto una testa». Il fatto è che il giapponese era «entusiasta»: Marco Olmo aveva da poco vinto l’Ultra Trail del Monte Bianco, oltre ventuno ore di corsa senza sosta, 171 chilometri su e giù per i sentieri della montagna più alta del Vecchio continente. Era il 2006. Olmo aveva 58 anni. L’anno dopo, idem: vincitore a 59 anni. Nessuno come lui. «La gente pensa che uno che vince abbia dei segreti, ma non è così» dice lui, che ancora non si spiega bene la storia di quel giapponese. «Pensano che tu abbia la bacchetta magica... Invece no, non ho segreti. Al massimo posso dare dei consigli». È quello che fa nel suo libro Il miglior tempo (scritto con Andrea Ligabue e pubblicato da Mondadori), in cui parla di «esercizio, alimentazione e stile di vita per essere sani e attivi a tutte le età». Certo non per arrivare a vincere una ultramaratona in montagna a 58 anni... E continuare, visto che oggi, che di anni ne ha 68, ancora corre. Qualche mese fa ha vinto l’Ultra Bolivia Race. «Diciamo che sono stato il meno scarso» dice (sono quasi 170 chilometri a 4mila metri di altitudine, nel deserto).

Ma non aveva smesso?

«No, non ho smesso... Vorrei fare un’altra Marathon des Sables in Marocco, quella con cui ho iniziato le gare lunghe».

Lei è un extraterrestre?

«Penso di essere abbastanza normale. Ho i miei mal di pancia, i miei problemi e le mie ansie come tutti».Però non è che sia tanto comune fare quello che fa lei.«I miei genitori mi hanno dato un buon fisico. A parte le grandi fatiche che ho fatto ho sempre cercato di risposare, andare a dormire presto, mangiare vegetariano».

È vegetariano?

«Da trentuno anni. Allora non era una moda. Andai da un naturopata che mi sconsigliò la carne. Ero sempre stanco, ma forse era per il lavoro».

Che lavoro faceva?

«Vent’anni nelle cave della Buzzi Unicem. Guidavo le ruspe. I motori mi sono sempre piaciuti, ho fatto anche il camionista di autotreni».

Il mondo di oggi non aiuta, come dice nel libro?

«Ti scaricano facile. Forse una volta c’era più umanità. Per un atleta la cosa più importante è sentirsi in forma. I giovani si allenano per migliorare, io per peggiorare di meno. Per combattere il declino».

La sua vita è stata sempre dura?

«Eravamo dei montanari nel dopoguerra, non era facile. Già da bambino lavoravo, aiutavo al pascolo, portavo il cibo, l’acqua alle bestie. I miei mi dicevano: “Tu sei giovane, hai buone gambe, vai”. Purtroppo non hanno potuto vedere quanto».

Ha fatto solo lavori faticosi?

«Ma piuttosto che fare certi lavori preferisco spaccare sassi tutto il giorno. Almeno sono più tranquillo. Ho iniziato ad allenarmi quando ero nelle cave: avevo tempo, dopo le otto ore».

Ma come aveva tempo?

«Mi alzavo alle cinque, iniziavo alle sei, finivo alle due di pomeriggio; poi mi allenavo. La giornata ha 24 ore».

E quanto si allenava?

«Come adesso: un’ora e venti, un’ora e quaranta al giorno. Ho iniziato a corricchiare tardi, a 27 anni; ad allenarmi intensamente dai 33».

Perché ha iniziato?

«Ho letto da qualche parte che la corsa faceva bene. È dura imparare a 27 anni, perché è uno sport di stile. Io ho imparato un po’ da selvaggio».

E dopo che ha iniziato?

«C’è stato un periodo difficile, avevo anche problemi di soldi: allora non potevi vivere di sport. Mi deridevano perché facevo una cosa che non rendeva, dicevano: “Se mettesse tutta quella fatica nel lavoro, che cosa farebbe?”».

Che cosa?

«Probabilmente avrei due appartamenti, ma non avrei vinto il Monte Bianco. Comunque a 33 anni ero a posto, sistemato, così cominciai ad allenarmi intensamente. Poi nel ’96 mi hanno chiamato per la Marathon des Sables, per fare una squadra con l’Invicta. Avevo 48 anni».

Le hanno proprio telefonato?

«Sì. La telefonata che mi ha cambiato la vita. Alle dieci di sera, ero già a dormire. Mia moglie mi ha detto: “Ti pagano per una gara in Marocco”. Ho passato la notte insonne. Era dopo un mese e mezzo».Ovviamente lei ha accettato.«Amo correre, amo il deserto. Dire di no... Guai».

Sono 240 chilometri.

«Eh, ero allenato. Mi sono esercitato un po’ con lo zaino. Tanto nella vita di facile non c’è niente».

D’accordo, però se si chiama ultramaratona ci sarà un motivo.

«Il fatto è che chi va forte fa le gare corte, chi va meno forte fa quelle lunghe. E poi c’è il paesaggio, vedi luoghi, culture, panorami meravigliosi. Certo, dovessi fare 250 chilometri intorno a un capannone ci penserei due volte».

La maratona più dura?

«La Badwater, nella Valle della morte in California. Arrivi a 55 gradi, sembra che ti soffi un phon addosso».

La gara più difficile?

«Tutte, specie quando vai male. In quel caso anche cinque chilometri».

La vittoria più bella?

«L’Ultra Trail del Monte Bianco. Non avevo neanche prenotato l’albergo: mia moglie e io ci siamo dovuti fermare per la premiazione e piovigginava, così siamo rimasti in auto. Ero contento, al coperto col sacco a pelo. Gli altri stavano ancora correndo».

Sua moglie è paziente?

«Non mi ha buttato fuori. Bisticciamo, ma siamo sposati da 38 anni. Vivere con un atleta, o meglio uno che fa gare, non è semplice».

Perché non un atleta?

«Gli atleti sono possenti, palestrati. Io sono un vecchietto».

È magrissimo.

«Il grasso pesa. Sono 64 chili».

Non pensa mai di mollare?

«Tutti i giorni pensi “chi me lo fa fare?”, ma lo fai. Lo trasformi in “ne ho bisogno” e vai a correre».

Ma perché?

«Per mantenermi in forma. Perché mi piace. Ho i fan, c’è un insieme di cose. Vado subito, appena sveglio, alle 6.30-7: così non sono ancora lucido, e mi frego... E poi una volta partito non puoi più tornare indietro: ti vedono, fai brutta figura».

Ha scritto che si corre «fino all’ultimo respiro, come gli animali».

«Gli animali corrono. Quando non ne possono più, muoiono. Prima o poi smetterò. Comunque c’è chi corre a 80, 90 anni. Alla mia epoca si correva fino a 15 anni, oggi corrono tutti».

Il suo «doping»?

«La Coca Cola, di notte ti tiene sveglio. E il parmigiano, un buon integratore durante le gare».

La sua vita è stata tutto un sacrificio?

«Se non è quello che ho fatto io, il sacrificio. L’uomo è pigro: non vuole correre, ma la competizione lo porta a farlo. Ti misuri così. È salutare».

Ama la fatica?

«In fondo penso di sì. Ti stanca, però non è snervante».

C’è anche una componente di riscatto nella corsa?

«Arrivo dal mondo dei vinti. Fare il montanaro non è facile: se oggi ti sbattono a 1.500 metri con due capre e due mucche non sopravvivi. Lì ti facevi anche il rastrello e la falce in casa».

E oggi?

«Questo sistema di vita, costruito nel corso dei millenni, si è perso. Io ho lasciato la campagna e sono finito su un autotreno, e poi in fabbrica. A 19 anni ho perso un mestiere, che sapevo fare. Allora il riscatto è questo: una rivalsa per tutto quello che non ho avuto da giovane, e tutto quello che ho dovuto abbandonare. È anche la rivalsa su chi ti derideva».

È vero che in totale ha corso qualcosa come 180mila chilometri?

«Forse di più. È da quarant’anni che corro, faccio in media seimila chilometri l’anno...».

Corre anche a Natale?

«Perché non dovrei? Tanto il pranzo inizia a mezzogiorno».

Quanto conta il fisico e quanto la testa?

«Novanta la forza, dieci la testa».

E la forza di volontà?

«Dieci. Se non hai la potenza è inutile avere la volontà».

Dove sogna di correre?

«Ho già corso un po’ dappertutto. Il sogno sarebbe di correre all’infinito, a grandi falcate, senza faticare».

Come si definirebbe in tre parole?

«Molto polemico. E basta».

Ha paura di qualcosa?

«Tutti siamo pieni di paure. Forse a volte le persone pensano che, siccome hai vinto le gare più dure al mondo, allora non ti butti giù niente. Ma non è così. Rimani quello che sei».

Non cambia niente?

«Niente. Anzi. Dopo che hai vinto il Monte Bianco, magari succede che corri in salita o fai le scale, e soffri, e allora ti chiedi: ma ho vinto davvero, o sto sognando?».

Insomma si butta giù anche lei?

«Come tutti. Un giorno voli, poi ti si infiamma un pochino il tendine... Basta un acciacco per renderti conto di quanto stessi bene il giorno precedente. Però ti tieni gli acciacchi, non puoi farci niente. Il problema è quando non puoi correre. Che poi non dovrei lamentarmi mai, ma è nella nostra indole, di lamentarci».