"Così a Scampia sono stato recuperato con la fotografia"

Mattia, tra poco 19enne, fino a quattro anni fa era uno dei ragazzi a rischio di Scampia. A 15 anni avvia un corso contro la dispersione scolastica organizzato nel centro Casarcobaleno. In quello spazio nasce l'incontro con la fotografia.

“Posso parlare con lei? Così non fisso la telecamera”. Mattia comincia così la sua intervista, parlando di sé con lo sguardo rivolto verso una terza persona. L’occhio della videocamera lo intimidisce. Con il suo è abituato a stare dietro al mirino. Da circa quattro anni impugna una fotocamera reflex. Per passione e, da poco, anche per lavoro. Inizialmente, quella scatola che ferma istanti di realtà raccontando spaccati di vita, rappresentava solo il dispositivo da usare per un laboratorio di fotografia cominciato senza aspirazione alcuna. Oggi è il suo strumento di lavoro. Mattia tra poche settimane compirà 19 anni. Fino a quattro anni fa era uno dei ragazzi a rischio di Scampia. A 13 anni doveva andare a scuola, ma preferiva passare il suo tempo a casa, a non far nulla. Ha frequentato per tre anni il terzo anno di scuola media. Bocciato per due volte a causa delle assenze, ha poi terminato gli studi al termine di un percorso contro la dispersione scolastica avviato in Casarcobaleno, spazio dove poi nascerà l’incontro con la fotografia. Mattia a 15 anni inizia a frequentare la struttura. “Era un ragazzo che fumava 20 canne al giorno, non faceva niente, non gli piaceva studiare. È venuto da noi per il progetto contro la dispersione scolastica, poi gli abbiamo proposto un corso di fotografia, lui ha accettato e adesso sono 4 anni che fa il fotografo. Ha deciso la sua strada”, racconta oggi Fabio Cito, educatore di Casarcobaleno e fotografo. Il centro si trova a Scampia, è gestito dalla cooperativa ‘Occhi Aperti’. All’interno si organizzano percorsi di studio della durata di un anno che permettono ai ragazzi di completare l’ultimo anno delle scuole medie e superiori e di accedere all’esame di Stato. Sono quaranta i giovani che annualmente accedono ai progetti: venti provengono dalle scuole superiori e partecipano a corsi di formazione diretti all’inserimento nel mondo del lavoro, gli altri venti arrivano dalle scuole medie e intraprendono un percorso che gli consente di studiare tutte le materie previste nella scuola pubblica e di partecipare, nel tempo libero, a laboratori creativi. Quello di fotografia è uno dei corsi organizzati, ed è quello che ha permesso a Mattia di trovare la sua strada.

“Ho iniziato il corso contro la dispersione scolastica perché sono stato bocciato due volte per le assenze. Non andavo a scuola, stavo a casa e non facevo nulla. Poi cominciai il corso di fotografia. Facevo un’ora, due ore di fotografia alla settimana. Inizialmente non ne avevo interesse, come in qualunque cosa”, ricorda Mattia. “Poi Fabio – continua a raccontare - iniziò a darmi una mano, mi disse che ero un pochino bravo e mi chiese di iniziare un corso di fotografia base al termine della scuola media”. “Sperando sempre che io andassi alle superiori. Ma non ci sono riuscito, purtroppo”, conclude con un sorriso nostalgico. Ha iniziato, così, a scattare con una fotocamera reflex di base dotata di un obiettivo da 18-55 millimetri. “Ma ero innamorato della full frame di Fabio. Lui iniziò a farmi giocare e dopo circa due o tre anni, ai miei 18 anni, riuscì a comprarla”. Ora Mattia sta lavorando presso uno studio fotografico. “Mi reputo ancora un semplice appassionato – dice - Sto facendo la gavetta, ma alla fine riesco a fare le mie piccole cose”.

Mattia ama fotografare le persone. Sta lavorando a due progetti fotografici. Non ha un blog o una pagina sui social su cui pubblica i suoi scatti. “Voglio prima terminare i lavori”, spiega. Essere fotografo a Scampia per lui è più complicato: “È un po' più difficile ritrarre le cose che mi hanno impaurito”. E alla domanda su cosa sarebbe accaduto se non avesse incontrato Fabio e non fosse entrato in Casarcobaleno, la sua risposta è: “Non lo so”. Mattia ritiene che a Scampia manchino “la passione e la speranza”, e che siano le associazioni che stanno permettendo la rinascita del quartiere. “Aiutano ad avere speranza – afferma – Le persone che vengono a fare i corsi ‘Io valgo’ a Casarcobaleno non hanno speranza. Io qui mi sono sentito in famiglia, poi ho sentito che qualcuno mi apprezzasse veramente. Mi hanno dato fiducia, e questo forse mi ha aiutato a trovare qualcosa che veramente mi appassiona”. Ma un contributo fondamentale arriva anche da quegli artisti che, attraverso le organizzazioni che a Scampia sono impegnate nel sociale, arrivano nel quartiere e lavorano da vicino con i ragazzi. Venerdì scorso a Casarcobaleno ce ne erano una decina, arrivati da ogni latitudine: artisti internazionali che, dopo una settimana passata a fare laboratori (in forma gratuita) con i ragazzi delle associazioni locali, stavano esponendo le proprie opere in occasione della giornata conclusiva della decima edizione del ‘Simposio d’arte’, che quest’anno aveva come tema lo specchio. “Ho partecipato a tanti simposi in diversi Paesi nel mondo, ma Scampia è sempre quella che mi ha dà una maggiore emozione. Ad esempio, alle cascate che abbiamo realizzato in passato nella villa comunale, hanno lavorato i ragazzi, gli extracomunitari. Tutti hanno collaborato, quindi per me è importante che quelle cascate non siano mie ma di Scampia”, ha affermato, emozionato, l’artista Vittorio Tonon. Con lui c’erano la pittrice francese Delphine Manet, il pittore turco Evrim Ozeskici, la performer e pittrice finlandese Katja Jhuola, lo scultore e pittore senegalese Mor Talla Seck, la performer e pittrice iraniana Sanya Torkmorad-Jozavi, la pittrice rumena Smaranda Moldovan, il performer e pittore inglese Tony White e gli artisti italiani Franco Umbertini e Grazia Simeone. Con una macchina poggiata su una spalla e un’altra stretta tra due mani, Mattia immortalava ogni momento dell’evento. Non era più tra i ragazzi inquadrati nelle immagini che nel frattempo venivano proiettate in sala.

“Il problema – secondo l’educatore Fabio Cito, che nel quartiere ci vive anche - è il contesto, il problema è la mancanza dello Stato, delle strutture. A Scampia ci sono lunghi stradoni larghi, non ci sono negozi, non ci sono cinema. Soltanto dopo l’ultima faida di camorra, si sono aperte tante di quelle associazioni, che il quartiere è parecchio migliorato. Secondo me, Scampia sta rinascendo con l’associazionismo, che sicuramente non è aiutato dallo Stato. Noi ci stiamo un po’ sostituendo a quello che lo Stato dovrebbe fare: tutelare i bimbi e dare attenzione alle famiglie”. I ragazzi che entrano in Casarcobaleno “solitamente hanno difficoltà ad esprimersi, vivono in situazioni difficili o la scuola ripudia”, e vengono affidati alla cooperativa anche dagli assistenti sociali. “Ma il Comune di Napoli non ci sovvenziona niente”, precisa Fabio.

A finanziare le attività è la congregazione religiosa dei Lasalliani. E, nonostante gli sforzi, non si riesce a recuperare ogni ragazzo a rischio devianza che entra nella struttura. Tra coloro che l’anno scorso frequentavano il centro, c’era uno dei ragazzi accusati dell’omicidio del vigilantes Francesco Della Corte, ucciso il 3 marzo scorso alla metropolitana di Scampia. “Siamo riusciti a fare in modo che quell’anno non facesse stupidaggini, però poi è rientrato nel contesto familiare”, afferma Fabio. “Si vedeva – prosegue - che era un po’ dissociato rispetto alle emozioni, però era anche un ragazzo che cercava molto affetto, cresciuto senza un padre, la mamma non lavorava, con un fratello naziskin, poi andato in Germania, che era punto di riferimento. Lui era quello che manteneva la casa. E aveva semplicemente 14 anni. Quindi un’infanzia mai vissuta. Qui ha completato la scuola media, noi gli abbiamo proposto di fare dei corsi di formazione, successivamente. Però il guadagno che gli proponevamo non gli bastava a mantenere la famiglia”. I corsi di formazione in Casarcobaleno durano un anno e garantiscono un rimborso spese di 300 euro mensili. “È molto difficile avere una continuità – rivela Fabio - perché anche se le attività possono piacere, poi il mondo va in un certo senso, i ragazzi culturalmente sono un po’ deprivati”. Mattia, però, che tra le vele è nato e ci sta crescendo, se la sta cavando. Portandosi la periferia dentro, come dice un suo scritto. Quella che ora sta raccontando con le sue foto attraverso gli occhi degli adolescenti.