Il covo del generale Dozier fu scoperto grazie a un ragazzo fermato per hashish

Quarantadue giorni con il fiato sospeso, un intrigo internazionale da brividi. La liberazione del generale James Lee Dozier fu una mazzata che segnò l’inizio della fine per le Brigate Rosse. Il racconto di uno degli uomini del Nocs che parteciparono alla liberazione

Antonio Del Giacco

“Era un casino vero. Uno dei militari americani più importanti del mondo nelle mani dei terroristi… capisci cosa significava una cosa del genere per l’Italia e per i suoi rapporti internazionali?”. Antonio Del Giacco, in polizia dal 1977 al 2013, nei Nocs (precisamente nel Centro di coordinamento per la lotta al terrorismo) dal 1980 al 1984. Del Giacco è uno dei magnifici tredici che liberò il generale James Lee Dozier, comandante delle forze Nato in Europa meridionale, sequestrato a Verona la sera del 17 dicembre 1981 e liberato dai reparti speciali della polizia a Padova il 28 gennaio 1982. Senza vittime e senza sparare un solo colpo di pistola.

Quando seppe del sequestro del generale Dozier, lei, Del Giacco, dove si trovava?

“Ero in servizio a Genova. Io e i miei due colleghi del Centro di coordinamento partimmo subito per Verona, lo stesso fecero gli altri dalle altre città italiane in cui erano di servizio. Alloggiammo tutti nell’albergo Trieste, vicino alla stazione”.

Quali elementi emersero dal sequestro di Dozier?

“La colonna veneta delle Brigate Rosse (che aveva rivendicato il sequestro poche ore dopo, ndr) non era militare, ma movimentista. Eppure l’azione era stata portata a termine in pochi minuti. I brigatisti si erano finti fattorini in procinto di consegnare un frigorifero. Ma poi nell’imballaggio, che era vuoto, ci avevano chiuso il generale e lo avevano portato via a bordo di un furgone”.

Avevate compreso le implicazioni internazionali dell’accaduto?

“Il dottor Umberto Improta, grandissimo poliziotto, vicequestore e dirigente della IV sezione operativa dell’Ucigos, ci disse che bisognava trovare il generale. Ci disse che avremmo risposto solo a lui, non avremmo dovuto dare conto ad altri che a lui. Gli americani avevano mandato agenti della Cia e del Secret Service, alle dirette dipendenze del presidente Usa. Ma la matassa dovevamo sbrogliarla noi. Non era facile comunicare tra noi, anche causa lingua. E poi noi operativamente facevamo perquisizioni, loro non potevano farle”.

Quali furono le vostre prime mosse?

“All’inizio ci muovemmo su Verona e nelle vicinanze. Perquisizioni, controllo dei soggetti schedati, contatti con gli informatori. Un centinaio di persone. La sveglia suonava tutte le mattine alle 4 e 15. E si andava a letto non prima dell’una del mattino”.

E dopo?

“Passarono 10 giorni, non avevamo cavato un ragno dal buco. Arrivarono 5mila uomini che militarizzarono il Veneto: posti di blocco ovunque, di giorno e di notte, sulle strade di campagna come sulle autostrade. Attività di polizia giudiziaria sul territorio a 360 gradi”.

Quale fu la svolta per le indagini?

“Una sera in piazzale Roma a Mestre una nostra pattuglia ferma un ragazzo padovano poco più che ventenne. In tasca aveva circa 20 grammi di hashish. Lo portano a Padova, in Questura. Non lo pensava nessuno, c’erano decine di arrestati “politici”, come ogni sera. Ma questo ragazzo a un tratto dice a due poliziotti: Se non mi arrestate vi fornisco informazioni sul generale Dozier”.

Clamoroso! E cosa accade?

“Da Padova lo portarono a Verona, al nostro gruppo. Il dottor Nicola Ciocia, il braccio destro di Improta, lo interrogò. E il ragazzo disse che secondo lui la sorella faceva parte delle Brigate rosse. La sorella lo aveva tradito con i genitori sulla droga e lui ora voleva vendicarsi. La ragazza frequentava uno d’estrema sinistra ed era scomparsa di casa da circa sei mesi, senza lasciare alcun riferimento per essere ritrovata. I genitori erano disperati, non sapevano che fine avesse fatto”.

A quel punto?

“Il ragazzo invece sapeva dove abitasse questo militante di estrema sinistra, avendolo visto uscire assieme alla sorella dal portone di un palazzo del centro di Padova”.

E perché non ne aveva parlato con i genitori?

“Perché odiava la sorella e aveva un rapporto difficile con i genitori. Comunque noi facciamo irruzione la notte stessa in quest’appartamento e li troviamo entrambi a letto insieme. Lui invece si dichiarò prigioniero politico. Un errore fatale”.

Perché?

“Perché fu ammettere la sua colpa. Li arrestammo, li portammo in Questura. Cercammo di farlo parlare, di farlo ragionare. Gli prospettammo i benefici di legge previsti per i collaboratori. Dopo alcune ore crollò: confessò di essere l’autista del furgone che aveva prelevato il generale”.

Quindi avete preparato il blitz…

“Abbiamo fatto prima dei sopralluoghi in via Pindemonte numero 2. Un appartamento al quinto piano era diventato la “prigione del popolo” di Dozier. Al piano terra c’era uno dei primi ipermercati in Italia. Un via vai che ci consentì di vedere tutto per bene. L’appartamento era sullo stesso pianerottolo di un dentista.. C’era un’antiporta che rendeva complicatissima un’irruzione”.

Come avete organizzato l’irruzione?

“Arriviamo al mattino, con la luce, tutti in un camion per i traslochi. Parcheggiamo in un punto morto, dove non potevamo essere visti. Ma uno dei terroristi, guardando dalla finestra del bagno, vede una Giulietta della polizia che passa davanti a un uomo con i capelli lunghi con un mitra in mano in bella vista. Non fu fermato dalla pattuglia. Così capì che era un poliziotto in borghese; ovviamente non era dei Nocs. La frittata era fatta”.

Allora i terroristi si sono messi in allarme…

“Certo, hanno preso Dozier pronti a usarlo come scudo umano. Comunque entriamo. Un collega di Catania, 120 chili di muscoli, sfonda la porta dell’appartamento. Eravamo in sette in fila indiana, potevano ucciderci tutti, erano pieni di bombe a mano. Non le tirarono per non uccidere i bambini al piano di sotto e per non morire loro stessi. La porta cadde sul tavolo della cucina e lo sfondò. 450 milioni di lire in banconote volarono per la stanza, il gatto che stava mangiando sotto morì schiacciato”.

Quante persone c’erano nell’appartamento?

“Cinque, tre uomini e due donne, tutti appartenenti alla colonna romana delle Brigate Rosse, meno uno che era della colonna veneta. Uno di loro, Pietro Ciucci, punta la pistola, una 7e 65, alla tempia di Dozier, che era accucciato in catene poco fuori da una tenda da campo. Noi li avevamo sotto tiro, si sono arresi quasi subito”.

Dozier cosa disse?

“Ripetè più volte Wonderful police! Voleva farsi la barba, non si radeva da quando l’avevano sequestrato. Non aveva ferite e non aveva raccontato nulla ai suoi seuqeustratori”.

I terroristi che fine fecero?

“Li portammo in una caserma, collaborarono tranne Cesare Di Lenardo. Lui faceva le classiche rivendicazioni politiche, gli altri invece parlavano con noi”.

Quale fu la vostra sensazione?

“Eravamo ragazzi, avevamo tra i 20 e i 24 anni. Eravamo felici e un po’ storditi. La sera stessa della liberazione in albergo ci applaudirono tutti. Avevamo la sensazione di aver scritto una pagina di storia”.

Senza sparare un colpo di pistola…

“I terroristi decisero di farsi prendere vivi. Se avessero deciso di combattere, diversi di noi sarebbero morti. L’MK2, la bomba a mano detta l’ananas, non perdonava”.

Tra i complimenti ricevuti, quali vi fecero più piacere?

“Certamente quelli del presidente Reagan, oltre a quelli dello stesso Dozier”.

42 giorni con il fiato sospeso, un intrigo internazionale da brividi. La liberazione di Dozier fu una mazzata che segnò l’inizio della fine per le Brigate Rosse.