«Un depresso odia chi sta bene: ne avrebbe uccisi anche centomila»

Roberto Gervaso, lei ha sofferto di depressione e l'ha raccontato nel libro «Ho ucciso il cane nero», il pilota di Lufthansa, invece, ha ucciso 150 persone. Sono due modi opposti per reagire alla malattia.

«Quando ho sentito la notizia ho pensato cinicamente: meno male che non c'ero io su quell'aereo… Ma ora non sono più depresso, mentre lui era al diapason, allo zenit della disperazione».

Ma ci sono milioni di depressi nel mondo e nessuno si mette a fare delle stragi.

«Quando la causa della depressione è biochimica e avviene un crollo improvviso della serotonina, bisogna reintegrarla immediatamente con uno psicofarmaco. Altrimenti, il deficit di questo mediatore neuronico può provocare un attacco di panico di tale violenza che si annulla il mondo intero. Quell'uomo avrebbe potuto schiantarsi anche su New York con quell'aereo e la cosa non gli sarebbe interessata. Ma non c'è nessuna strategia militare o politica: c'è il super io malato che scoppia».

Lei però non ha mai fatto del male agli altri durante le sue tre lunghe depressioni.

«È stato un caso e non siamo tutti uguali. Forse mi hanno aiutato le letture dei classici nei momenti più bui. Certo, non mi sono buttato in mezzo all'autostrada. Ma cento volte ho pensato di scavalcare la ringhiera del mio balcone per buttarmi giù. E se ci fosse stato un comizio di Renzi mi sarei lanciato di sotto anche con un po' di voluttà».

E non l'ha fatto, per fortuna.

«La terza depressione è stata la più terribile. La mia disperazione era così totale che poteva bastare un attimo per farla finita. Sono stato frenato solo perché ho pensato che non servisse a nulla, che fosse solo un suicidio palliativo. Mi sentivo in uno stato di letargia spirituale, di inerzia morale e di dannazione e non riuscivo a fare nulla. Ma il suicidio era un pensiero ricorrente».

I depressi possono anche ammazzarsi ma non diventare degli omicidi come quel pilota.

«La mente umana è una pozza di serpenti, è un vaso di Pandora. Quello schianto lui l'aveva premeditato, doveva avere un risentimento e un rancore profondo. Un depresso si sente inconsciamente al centro dell'universo, è invidioso e odia chi sta bene. Non escludo che abbia detto: in questo aereo ci sono 150 passeggeri e loro stanno tutti bene, io invece soffro, quindi meglio se vado a schiantarmi».

Anche lei era invidioso?

«Certo. Quando passavo per strada e vedevo gente davanti alla tv che guardava sorridente la De Filippi ero molto invidioso».

Gervaso, sembra che stia giustificando il pilota suicida.

«La mia è una diagnosi, non una difesa. La colpa però non addossiamola a lui, ma a chi ha sottovalutato il suo gravissimo stato patologico. È stato mal curato. Quel ragazzo era malato ma è comunque salito sull'aereo. In questa storia ci sono colpe di tutti: dei suoi superiori e prima ancora dei selezionatori, degli addestratori. Tutti dovevano impedirgli di volare. Non si può accusare lui, la malattia porta anche a questi gesti estremi».

Dunque dobbiamo aspettarci altri episodi di questo genere?

«È un caso sporadico e il sistema deve impedire che avvenga anche solo una seconda volta. Quel pilota aveva grandi capacità di simulare, non era una mente criminale ma malatissima che aveva i mezzi per distruggere e autodistruggersi. L'ultima cosa del depresso è il pensiero degli altri. Il suo è un annullamento cosmico».

Ma come si può riconoscere una persona instabile?

«Ci vuole un occhio clinico per capirlo. Ci sono quelli come me che scrivono un libro per esorcizzare la depressione e ci sono quelli che la nascondono persino alla propria moglie. Il fatto è che è una malattia spaventosa e quando arriva la crisi di panico non si salva nessuno: quel pilota avrebbe potuto eliminare centomila persone pur di finirla con la sua sofferenza».