Diecimila euro e un biglietto per l'Aldilà. La storia di Paola, che ha scelto di morire in Svizzera

Paola Cirio, 53 anni, da quattordici sa di essere malata di sclerosi multipla. Dopo aver pensato due volte al suicidio, ha scelto di rivolgersi a una clinica svizzera. Ora aspetta l'ultima chiamata

Una signora di Torino da quattordici sa di essere malata di sclerosi multipla. I medici gliel'hanno diagnosticata nel 2002, ma già nel 1999 sapeva di stare male e all'ospedale le dissero che poteva trattarsi di sclerosi. La donna, immobilizzata dalla malattia, ha deciso di andare in Svizzera per morire. In una clinica. Qualcuno la chiama "dolce morte", altri preferiscono "eutanasia", o "suicidio assistito". Al di là dei termini, che pure hanno la loro importanza, si tratta di porre fine alla propria vita, facendosi iniettare (o ingerendo) veleno, insieme ad un potente narcotico. In tre minuti o poco più si passa dal sonno alla morte.

La pratica è vietata in Italia, per questo chi vuole deve andare in Svizzera, o in altri Paesi dove è possibile. Ovviamente in una clinica a pagamento. Paola Cirio, 53 anni, ha raccontato la sua storia al quotidiano La Stampa. "Ho comprato il biglietto per l'Aldilà - spiega la donna - diecimila euro per non soffrire più". Come lei ogni anno sono circa duecento i nostri connazionali che raggiungono la vicina Svizzera per porre fine alla propria esistenza. Ma un altro numero è molto significativo: tra chi ha scelto la "dolce morte", il 40% circa cambia idea dopo un colloquio con medici e psicologi.

È una storia drammatica quella di Paola, che ha deciso di raccontare la propria storia perché ritiene che "la morte con dignità sia un diritto di tutti". E ancora: "Su questo tema l'Italia è ferma alla preistoria. La politica è patetica". Ha lavorato come impiegata al Politecnico di Torino e viaggiato molto. Definisce la sua vita "spericolata", citando Vasco Rossi. "Se ho scelto di andarmene stabilendo io come - spiega - non è perché ho smesso di amare la terra, è perché voglio impedirmi di odiarla".

Dice di non aver paura. Ma ne ha avuta: "Volevo gettarmi da una finestra o sotto un treno, ma non ho avuto il coraggio". Poi la scelta di rivolgersi a un centro di Ginevra: ha versato diecimila euro e inviato le proprie cartelle cliniche. Ora aspetta la chiamata. E sa che può tornare indietro quando vuole, anche all'ultimo istante. Ma, se ciò dovesse accadere, non avrà indietro i suoi soldi.

Commenti
Ritratto di mbferno

mbferno

Gio, 18/02/2016 - 11:35

Tralasciando ogni commento sul tema del suicidio assistito,del tutto personale,rilevo che la clinica svizzera che si occupa del trattamento,in caso di ripensamento NON restituisce i soldi pagati.Non c'è che dire, sempre più attaccati ai soldi!!!!!

agosvac

Gio, 18/02/2016 - 14:07

Dignità nella morte??? La dignità è nel vivere non nel morire senza dolore!!! Ma sono casi in cui ognuno la pensa come vuole.

gneo58

Gio, 18/02/2016 - 14:52

Decisioni difficilissime, nessuno dovrebbe poter dire si lo puoi fare, no non lo puoi fare ognuno dovrebbe poter decidere per se' ma si sa' chi comanda non ha la benche' minima idea e/o pensiero e/o sentimento in merito, non sanno decidere "cose giuste" per il lavoro, la casa, ecc ecc figuriamoci per questo. Auguri alla signora per una felice prosecuzione del cammino dall'altra parte.

fjrt1

Gio, 18/02/2016 - 16:41

Io mi domando perché si deve andare in Svizzera per esercitare un diritto della persona. Purtroppo in Italia ci sono tanti Bagnasco che hanno la presunzione e la tracotanza di decidere sia per sé stessi che per gli altri.

schiacciarayban

Gio, 18/02/2016 - 16:58

Invece di buttare soldi e tempo a battagliare per i diritti di assurde regole per omosessuali egoisti, queste sono le battaglie da fare, una morte dignitosa se uno la sceglie! Ma purtroppo la lobby per l'eutanasia non è potente come quella dei gay.