Il diritto al dolore va oltre il buonsenso

La scelta di celebrare i funerali ad Amatrice obbedisce ad una di quelle leggi non scritte che sono prima dei codici

La scelta di celebrare i funerali ad Amatrice obbedisce ad una di quelle leggi non scritte che sono prima dei codici, prevalgono sulle disposizioni dei prefetti, e costringono a porci domande elementari e buone. Noi non siamo solo polvere e ombra. Siamo qualcosa di più. Una scintilla di infinito. Vogliamo che non sia dissipata la memoria. Vogliamo che il canto e i fiori coprano di affetto chi abbiamo amato dove abbiamo mangiato e dormito insieme. È qualcosa di inesorabile persino dolce nello strazio. Non è una costrizione cattiva, come una morsa sul petto, ma allarga i confini del respiro, ci mette in comunione con le generazioni passate e quelle future. È una sorgente di speranza. Lo capisce anche chi non sa nulla di religione e non ne vuole sapere.

La decisione di svolgere la «mesta cerimonia» a Rieti era già stata presa e comunicata sobriamente alla cittadinanza che è più carica di lutti. Era più semplice, sicuro, comodo, indolore, meno costoso, meno lacerante predisporre le esequie dove già erano stati raccolti i resti mortali, in bare di legno chiaro, disposte in un'area pulita, confortevole, senza la cornice della distruzione e la polvere dell'orrore. Era più razionale senz'altro. Ma che ce ne facciamo della ragione se non è capace di essere larga quanto il cuore di chi piange? Per fortuna il premier Matteo Renzi ha ascoltato, ha capito il sindaco Sergio Pirozzi, portavoce della comunità. Esistono altre leggi che quelle dell'efficienza e dello scrupolo sanitario.

«Non sono d'oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove», scrisse Sofocle ad Atene 442 anni prima che nascesse Gesù Cristo. A questo imperativo innato, anzi nato con Adamo, diede testimonianza Antigone mettendosi contro re Creonte che le aveva ordinato, pena la prigionia a vita, di trascurare il corpo esanime di Polinice, fratello di lei. Disobbedì. E dire che Creonte aveva le sue brave ragioni, meno quelle del cuore, che sono tutto.

Se gli uomini fossero riducibili alle loro componenti chimiche e fisiche, macchine sia pure di carne, che problema ci sarebbe? I morti sarebbero un puro problema igienico. Seppellirli in fretta, meglio cremarli e la polvere dissiparla nel vento. Invece i nostri fratelli e sorelle, uomini e donne di Amatrice, hanno detto di no, si sono opposti, a costo di riportarsi i morti a casa con i carretti, per strade rabberciate e pericolose. Siamo con loro. Perché siamo così? Non si sa. Si sa che, tra tutte le creature, noi siamo la sola specie che ha questa strana cura.

Riflettiamo. Rieti era meglio. I feretri sono già lì. Una cerimonia in un posto sicuro e riparato, senza spese eccessive, poiché si sono già persi immensi patrimoni in case e beni culturali, e ovvio buon senso - i denari vanno spesi per i vivi non per i defunti. Dunque governo e prefetto non erano stati irrispettosi.

Ma Rieti sarebbe stata un tradimento di un patto misterioso e più forte dei vincoli di argomenti terra terra. Rieti sta a 43 km da Amatrice, ma è una distanza abissale rispetto alle anime.

Il fatto è che i vivi hanno bisogno di onorare il padre e la madre, la figlia e il marito, vicino al proprio cuore, e questo cuore è la nostra casa, non importa se è crollata, fa niente se ci sono soltanto calcinacci. Si riposa soltanto dove riposano i propri morti. E i morti riposano solo dove siamo noi.

Si ricostruisce bene se si è vicino alla memoria dei propri cari che ci sorrisero nei giorni felici, e versarono lacrime con noi in quelli tristi. Non li si vuole occultare lontano, così da dimenticarne l'ora fatale, ma tenerceli accanto per lottare contro ogni avversità e fare un mondo migliore.

Ci vorrà ancora molto tempo per fortuna, perché robot con molte valvole microscopiche ripristinino un po' di razionalità. Noi, grazie al cielo, siamo svalvolati.