Il Dottor punto e virgola: "Basta italiano da telegrafo"

Leonardo Luccone viaggia nelle scuole per insegnare un'arte perduta: come scrivere usando "strani segni"

La scrittura è come il tennis di Panatta. Pof, pof, pof. Con la o che si apre morbida e la f che rimbalza. È suono, è musica, è armonia. È ritmo. Il segreto è come colpisci le parole, di piatto, di taglio, o facendole rotolare con una traiettoria che dal basso va verso l'alto e poi torna giù, planando, verso il suolo. La rotazione dei colpi dipende dalla punteggiatura. Pof, pof, pof. Il sospetto è che da tempo non sappiamo più usarla.

Leonardo Luccone è un dottore delle virgole, un meccanico del punto esclamativo, uno che va di scuola in scuola a raccontare ai ragazzi che quei segni che separano le parole non sono semplicemente gli antenati delle «faccine», non sono emozioni per colorare il testo e non vanno sparsi come facevano Totò e Peppino, con geniale comicità, nella lettera sulla moria delle vacche. «Punto! Due punti!! Ma sì, fai vedere che abbondiamo. Abbondandis in abbondandum».

Luccone è un intellettuale ed è il modo più breve per definirlo. È traduttore, editor e ha fondato l'agenzia letteraria Oblique. Qualche tempo fa ha scritto un saggio sul punteggiare rapido e accorto: Questione di virgole (Laterza). Nei suoi appunti di viaggio nell'universo della scrittura ha scoperto l'implosione della punteggiatura, attirata da un buco nero che annichilisce spazi e pause e la colpa non è dei flussi di coscienza in stile James Joyce, ma di chi si è dimenticato di spiegarne regole e significato. «La virgola e il punto fermo hanno fagocitato il punto e virgola e i due punti. I catastrofisti dicono che rimarremo solo con il punto: più che una scrittura telegrafica è un ritorno al telegrafo. Eppure, con una sola virgola ben messa si può illuminare una pagina».

Come scrivono gli studenti italiani? «Come mi ha detto una professoressa bravissima»: «Questi ragazzi usano la punteggiatura come lo zucchero a velo». Gli errori più frequenti e banali: «Virgola tra soggetto e verbo; virgola tra verbo e complemento oggetto; incisi aperti e mai chiusi; cattiva gestione delle virgole prima delle secondarie». Quello che però sconcerta Luccone è la logica con cui si piazzano questi segni misteriosi. «Nel dubbio metto la virgola». «La frase si sta facendo troppo lunga, meglio mettere una virgola». «Qui non so come risolvere: metto un punto».

Se la cavano quando le frasi sono brevi e tambureggianti, ma se superano le tre righe allora comincia il panico. Non sanno più dove andare. Si sono persi, smarriti, privi di qualsiasi punto di riferimento e il guaio è che questo non capita solo a loro. È un disorientamento che colpisce tutti, chi scrive per dovere e chi per mestiere, chi per gioco o per piacere. Siamo tutti confusi in un punto e virgola. «Accanto a tutto questo si respira aria di divieti e prescrizioni: mai la virgola prima di e congiunzione; sempre la virgola prima di ma; mai E o Ma a inizio frase, e altre bestialità. La punteggiatura è sfuggente: non si può ridurre a regolette. La punteggiatura scivola sulla pagina. L'unica risposta sensata è dipende».

Il punto e virgola non esiste più, il punto interrogativo sopravvive nei quiz, come un presentatore fuori moda con il papillon e la faccia stralunata, i due punti si contendono con la virgola i bastimenti di elenchi orizzontali con cui ormai ci rassegniamo a raccontare la nostra vita. I puntini di sospensione non rispettano più la magia del tre e servono a spacciare facili e sdolcinate emozioni o a chiudere il discorso con un carico di retorica, quando non si ha più nulla da dire. Il punto esclamativo, poveretto, è diventato un evidenziatore. Poi, come dice Luccone, ci siamo dimenticati le pause. «Il segno mai nominato: lo spazio».