La lettera del medico di Emergency che ha contratto l'ebola in Africa

La sua organizzazione ha reso pubblico un messaggio in cui racconta la sua lotta contro il virus

La lettera, scritta dal medico italiano che ha contratto l'ebola mentre si trovava in Sierra Leone, al momento ricoverato all'ospedale Spallanzani a Roma, è stata pubblicata sulla pagina Facebook di Emergency il 26 dicembre.

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L’ultima cosa che ricordo della Sierra Leone è il viaggio fino all'aeroporto assieme ai colleghi e la partenza sull'aereo dell’Aeronautica Militare. Poi l’arrivo in Italia all'interno di un contenitore ermetico e il trasporto all’Istituto Spallanzani. Ricordo i primi due o tre giorni trascorsi in isolamento, i farmaci sperimentali che ho iniziato, l’estremo malessere, la nausea, il vomito, l’irrequietezza; pensavo in quei momenti ai pazienti che avevo contribuito a curare, stavo provando le stesse cose che loro avevano provato e cercavo di capire qualcosa di più di ciò che mi stava succedendo, cercavo di mantenere la mente lucida e distaccata per un’analisi “scientifica”. Ma il malessere era troppo e troppo difficile restare concentrato. Poi la trasfusione di plasma cui credo sia seguita una reazione trasfusionale e la luce della coscienza che grossomodo si spegne.

Mi hanno raccontato di essere stato in rianimazione, di essere stato intubato e sedato; so di avere firmato una serie di consensi per i protocolli sperimentali poi, dopo questo, non ho memoria di nulla, mi mancano due settimane, quelle del mio aggravamento, durante le quali mi sono in qualche modo battuto contro il mio nemico; e pare che sia riuscito a batterlo.

Da qualche giorno sto meglio, lentamente ho ripreso in mano il controllo del mio corpo, riesco a muovermi in autonomia; da qualche giorno ho iniziato a leggere qualcosa di ciò che è stato pubblicato a proposito della mia vicenda; in larga misura parole di conforto, di sostegno e augurali ma anche parole che possono essere giustificate solo dall'ignoranza. 

Non credo di essere un “eroe” ma so per certo di non essere un “untore”: sono solo un soldato che si è ferito nella lotta contro un nemico spietato. Una delle cose più belle che ho letto in questi giorni è un articolo online che parla di solidarietà, di rispetto, di dignità. E non posso non pensare ai miei colleghi di Emergency che, anche in questi giorni, sono in Sierra Leone cercando di fare sempre di più e sempre meglio per curare i malati di Ebola. 

Ebola è un mostro terribile e temibile ma sono convinto che la sconfitta di questo mostro dipenda in larga misura dal fronte che lo ostacola. Spero che questo fronte possa allargarsi e opporsi a Ebola in modo sempre più efficace.

Commenti

Raoul Pontalti

Sab, 27/12/2014 - 12:22

(ennesimo invio...) Sursum corda Fabrizio! Ad onta dei bananas razzisti che Ti accusano di avere salvato dei sottouomini che poi infesteranno le ariane terre italiche, stai concludendo vittoriosamente la Tua battaglia per la vita dopo averne salvate tante da quel terribile morbo che ha colpito Te stesso. Tu se un esempio per la Nazione, Tu ci dimostri che l'Italia ha ancora Uomini disposti a rischiare la vita per fini nobili. Un abbraccio ideale e un augurio di cuore.