Dalla fiction alla realtà: in manette Massimo "il Nero" Carminati

L’ex terrorista, che ha ispirato il personaggio del "Nero" nel libro cult di Giancarlo De Cataldo Romanzo Criminale, è un personaggio chiave della storia degli anni Settanta-Ottanta

Punto di contatto fra la banda della Magliana e i Nar di “Giusva” Fioravanti. Così passa alla storia la figura spesso ambigua di Massimo Carminati, coinvolto nei mille misteri d’Italia che vanno dalla strage alla stazione di Bologna, all’omicidio del direttore di Op Carmine “Mino” Pecorelli. Considerarlo solo il trade d’union fra il gruppo criminale di Franco Giuseppucci, il “fornaretto” prima, il “nero” dopo, è davvero poco. Carminati per gli investigatori che l’hanno indagato centinaia di volte è un bandito vero.

Deciso a farsi ammazzare in uno scontro a fuoco per difendere un ideale negli anni ’70, pronto a entrare in azione 30 anni dopo pur di arraffare segreti e denaro. Come il colpo ideato, e portato a termine con successo, nel caveau della Banca di Roma nel Tribunale di piazzale Clodio. Complici eccellenti al seguito, il 17 luglio del 1999 Carminati e altre 20 persone, entra nel luogo più sicuro dell’istituto di credito e si impossessa di 147 cassette di sicurezza con denaro e preziosi dei dipendenti del palazzo, 50 miliardi di lire liquidi, nonché documenti riservati che sarebbero dovuti servire a ricattare alcuni magistrati. Giusto vent’anni prima, il 27 novembre del 1979, Carminati il “guercio” assalta la filiale della Chase Manhattan Bank di piazzale Marconi, all’Eur. Fra i componenti della banda Valerio Fioravanti, Peppe Dimitri, Alessandro Alibrandi (figlio di un magistrato romano, morirà mesi dopo in uno scontro a fuoco con la polizia). Non a caso parte del bottino (traveller cheque), verrà affidato al boss della Magliana Giuseppucci che proprio per questo, nel 1980, subisce un primo processo per ricettazione.

Con la banda di Abbatino e compagni Carminati e gli altri “destri” che gravitavano nell’area dei Nar, condivide il deposito di armi nascosto nel Ministero della Sanità di viale Liszt, sempre all’Eur. Fra queste i famigerati proiettili tipo gevelot che uccisero Pecorelli e il mitra Mab modificato poi rinvenuto sul treno Taranto - Milano, piazzato in uno scompartimento dai servizi segreti “deviati”. Era il 13 gennaio del 1981 quando in una valigia rinvenuta sul convoglio spunta un fucile da caccia, due biglietti aerei a nome di due estremisti di destra, dell’esplosivo T4, stesso tipo utilizzato per la strage di Bologna, e il mitra Mab proveniente dal deposito romano della banda. Per la storia di questo mitra il 9 giugno 2000 Carminati viene condannato in primo grado a 9 anni di reclusione assieme al generale del Sismi Pietro Musumeci, al colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte, al colonnello del Sismi Federigo Mannucci Benincasa e al “venerabile Maestro” della loggia P2 Licio Gelli. In appello Carminati verrà assolto. Per il pentito della Magliana Antonio Mancini, “l’accattone”, Carminati fu uno dei due esecutori dell’omicidio di Mino Pecorelli. L’altro sarebbe stato il mafioso Michelangelo La Barbera, “Angiolino il biondo”, per anni scambiato, a torto, per Giusva Fioravanti. Anche per questo reato, dopo tre gradi di giudizio, nel 2003 Carminati viene assolto per non aver commesso il fatto. Perde l’occhio sinistro durante un conflitto a fuoco con la polizia al valico con la frontiera svizzera. Gli agenti lo bloccano assieme a Domenico Magnetta e Alfredo Graniti, di Avanguardia Nazionale.

Il 3 dicembre del 1993, durante un interrogatorio nel maxi processo alla Banda della Magliana, il pentito Maurizio Abbatino “Crispino” (il “freddo” nella serie televisiva di Sky) racconta: “Franco Giuseppucci era un accanito scommettitore e, per tale sua passione, frequentatore di ippodromi, sale corse e bische, ambienti nei quali non disdegnava di prestare soldi “a strozzo”, dietro interessi aggirantisi attorno al 20-25 per cento mensili. Il denaro che riceveva dal Carminati consentiva ai due di ripartire tra loro il provento degli interessi: al Carminati veniva corrisposta una "stecca" del 10-15 per cento. Dal momento che il denaro riciclato in tal modo veniva conteggiato sulla base di 10 milioni di lire per volta, il Carminati, per ogni dieci milioni di lire veniva a percepire mensilmente dal Giuseppucci, da un milione ad un milione e mezzo di lire, fermo restando che Franco Giuseppucci garantiva la restituzione del capitale. Sempre Franco Giuseppucci aveva messo il Carminati in contatto con Santino Duci, titolare di una gioielleria in via dei Colli Portuensi, il quale ricettava i preziosi provento di rapine ad altre gioiellerie ed orefici, liquidando al Carminati il contante che questi, col metodo sopra specificato, riciclava e reinvestiva mediante lo stesso Giuseppucci". Carminati e gli altri si prestavano ad effettuare per conto della Banda azioni di recupero crediti, danneggiamenti e killeraggio nei confronti dei personaggi entrati in conflitto con gli affari della Magliana, come racconta il pentito dei Nar Cristiano Fioravanti: “Quelli della Magliana davano indicazione dei luoghi e persone da rapinare anche al fine di dare il corrispettivo di attività delittuose compiute per loro conto dagli stessi giovani di destra. Ricordo che Alibrandi e gli altri avevano la funzione di recuperare i crediti di quelli della Magliana e di eliminare alcune persone poco gradite. Tali persone da eliminare gravitavano nell’ambiente delle scommesse clandestine di cavalli: in particolare il Carminati mi disse, presumibilmente intorno al febbraio ‘81, di aver ucciso due persone. Una di queste era stata “cementata”, mentre l’altra era stata uccisa in una sala corse”. Fra questi, racconta il pentito di destra Walter Sordi, Teodoro Pugliese, tabaccaio romano in contrasto con Giuseppucci. Nel maggio del 2012 Carminati viene indagato nell’ambito dell’inchiesta sul calcio scommesse.