Ha dato la figlia 15enne a un uomo violento. Processo da rifare

La Corte di Cassazione ha ribaltato la sentenza che condannava un bengalese a un anno e dieci mesi. L'uomo è colpevo di aver acconsentito a far sposare la figlia di 15anni a un adulto che la violentava sessualmente ogni giorno

Una ragazzina del Bangladesh nel 2012 è stata costretta dalla famiglia ad accettare un matrimonio combinato a 15 anni con uomo adulto. Come se non bastasse il marito le perpetrava violenze sessuali quotidianamente e con il consenso del genero.

Il padre della 15enne, infatti, è convinto che la volontà del marito debba essere sempre rispettata anche quando questi usa la propria figlia come un oggetto sessuale. Le violenze sono continuate anche quando la famiglia è arrivata in Italia finché la ragazza, dopo un anno, ha deciso di raccontare tutti ai propri insegnanti. Ma il processo che ne segue si rivela una beffa perché il Gup, dopo la denuncia per maltrattamenti, condanna il padre a un anno e dieci mesi di carcere, grazie al patteggiamenti. Per il giudice, infatti, la condotta dell’imputato rappresenta “l’espressione di una modalità maltrattante che trova le sue radici nella formazione culturale”. In pratica in Bangladesh si usa così. La Corte di Cassazione, però, pochi giorni fa ha ordinato di rifare il processo al padre, accusato di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, ritenendo “intollerabile” per la giustizia italiana che 15enne sia diventata, per volontà paterna, la sposa di un uomo adulto che la violenta sessualmente. Il padre della sposa-bambina stavolta non potrà più patteggiare e la pena sarà molto più pesante.

"L'atteggiamento del padre verso la figlia dipende dalla subcultura bengalese"

Il Procuratore generale della Corte d’appello di Venezia, nel ricorso presentato contro la sentenza del Gup, aveva scritto: “Quel che maggiormente sorprende – recita la sentenza dello scorso 23 settembre – è la patente di subcultura attribuita dal giudice al padre per giustificare il delitto di maltrattamenti come delineato nel nostro ordinamento”. Un comportamento che, in Italia, non può e non deve essere legittimato. Ora, la Corte impone un nuovo processo e, nella sua sentenza, dichiara “il triangolo familiare che vede protagonisti da un lato suocero e genero, - si legge su La Stampa che riporta la notizia - tra loro alleati in una sorta di patto di ferro che doveva vedere la ragazza assoggettata ai voleri sessuali del marito, dall’altro la minore, vittima sacrificale in ossequio a regole non scritte di legittimità del dominio sessuale per effetto del vincolo matrimoniale secondo i costumi indiani, fa sì che il padre debba in realtà considerarsi soggetto tenuto a vigilare sulla figlia minore per evitare che la stessa potesse subire violenze sessuali che pure la ragazza aveva avuto modo di denunciare ripetutamente, rimanendo inascoltata”.