I complottisti del caso Moro? Hanno raccontato solo bugie

Il libro-inchiesta di Pino Casamassima smonta le ultime "verità" sull'uccisione del segretario Dc

Il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, il 9 maggio 1978

P er molti ormai è storia, e occorre riassumerla. Il 16 marzo 1978, al culmine della lotta terroristica delle Brigate Rosse, un commando di brigatisti attaccò le auto che stavano accompagnando il segretario della Democrazia cristiana, Aldo Moro. I cinque uomini della scorta vennero uccisi e il politico rapito. Stava andando in parlamento, dove Giulio Andreotti avrebbe presentato il suo nuovo governo, un monocolore democristiano che si sarebbe retto sul sostegno dei comunisti. Moro venne tenuto prigioniero per quasi due mesi, senza che si riuscisse a scoprire il nascondiglio, e «interrogato» dai brigatisti: è la pagina più cupa della Repubblica, ancora troppo avvolta di misteri; a volte reali, a volte presunti.

Il caso aprì ferite profonde. Lo Stato doveva rifiutarsi di trattare o salvare la vita di Moro scendendo a patti con i brigatisti, che alla fine si sarebbero «accontentati» di uno scambio di prigionieri? Gli opinionisti si divisero, come i politici; i socialisti sostennero la via della trattativa, per «motivi umanitari» e perché la stabilità della Repubblica non ne avrebbe risentito; i comunisti invece furono rigorosi: nessuna trattativa; i democristiani erano divisi. Andreotti decise, per una volta, di essere inflessibile, e Moro venne «giustiziato» il 9 maggio 1978, con 11 colpi di mitraglietta al petto. Le Br fecero ritrovare il suo cadavere, come estrema sfida, in una Renault 4, a metà strada fra la sede della Dc e quella del Pci, nel pieno centro di Roma. Sul delitto si indaga ancora e, negli ultimi anni, si è sviluppato un revisionismo che ha finito con l'insinuare nell'opinione pubblica la convinzione che quei 55 giorni del sequestro siano da riscrivere, per smascherare potenti giostrai.

«Ritengo assolutamente inutile il lavoro dell'attuale commissione d'inchiesta sul caso Moro. Le commissioni si istituiscono per cercare la verità, non per costruire carriere. Già troppe sono quelle cresciute sul cadavere di Moro. Perché si sono trovati i soldi per questa - ripeto, inutile - commissione, e non per la digitalizzazione delle carte processuali dei tanti episodi degli anni di piombo?». L'attacco di Pino Casamassima alle dietrologie sul caso Moro è frontale. L'autore del libro Troveranno il corpo. Il caso Moro: le verità nascoste dietro le menzogne e i depistaggi (Sperling&Kupfer, pagg. 392, euro 17,90) ha intervistato ex artificieri, ex finanzieri, che dopo quasi quattro decenni si sono ricordati particolari inquietanti relativamente a via Fani, via Montalcini e via Caetani: la toponomastica del delitto. Dichiarazioni che hanno procurato agli smemorati di turno (nonché, manco a dirlo, autori di libri sull' affaire …) una serie di denunce: attualmente sono tutti inquisiti. Tuttavia, il polverone s'era alzato, e qualcuno ha raccolto quella polvere, spacciandola per polverina magica capace di fare - finalmente - luce sul caso. Tradotto: a uccidere il segretario della Dc erano stati il governo italiano e quello americano, con il sostanziale contributo di quelli dell'Est e di Israele. Le Br sarebbero state insomma solo dei burattini.

Il saggio separa il grano dal loglio e getta, invece, una luce particolare e nuova su un punto: il linguaggio e le tesi delle Br nei nove comunicati e nella Risoluzione strategica del febbraio 1978, diffusa con il comunicato n. 4. Finora gli scritti di Moro sono stati analizzati persino con l'utilizzo dei mezzi più tecnologicamente avanzati, come quelli che hanno consentito di verificare come alcune sue lettere fossero state bagnate da lacrime. Al contrario, gli scritti delle Br sono stati acquisiti come dato di fatto, come qualcosa di scontato e che quindi non meritava attenzioni particolari. Studiando i comunicati e la Risoluzione strategica, Casamassima rileva che molti dei concetti espressi si ritrovano nel saggio Impero , di Antonio Negri e Michael Hardt, che ebbe enorme successo in buona parte del mondo, nel 2002. Se il libro è del 2002, i concetti di Negri sono ben più antichi, arrivando fino alle tesi dell'Autonomia, di cui Negri era uno dei leader insieme a Franco Piperno: nel 1974, con l'arresto di Curcio e Franceschini, e dopo la morte di Mara Cagol, le Br non erano in grado di elaborare un proprio pensiero politico e dovettero abbeverarsi a fonti diverse.

Analizzando le tesi e il linguaggio brigatista precedente al 16 marzo 1978 e confrontandoli con il materiale espresso durante il sequestro, ci si rende conto di una profonda diversità e ci si accorge della incoerenza di alcuni passaggi. È come se Moro rispondesse a domande inerenti a grandi capitoli, che però non avevano poi svolgimento naturale in quello che avrebbe dovuto essere un dialogo. Mario Moretti non fu in grado di riconoscere alcune autentiche bombe lanciate dal presidente della Dc, come quella su Gladio. L'esecutivo Br - cioè quello che in teoria formulava le domande che poi Moretti rivolgeva al prigioniero - era composto, oltre che dallo stesso «generale delle Br», come Morucci chiama Moretti, da Franco Bonisoli, Lauro Azzolini e Rocco Micaletto. In sostanza la tesi del saggio è che la gestione politica del sequestro, la decisione di eseguire la sentenza furono delle Br, ma non fu dell'esecutivo brigatista la formulazione di quello che poi sostanzierà il memoriale Moro. Casamassima è convinto che altri abbiano svolto il compito di redigere le domande da consegnare a Moretti, e che lo scriba degli interrogatori di Moro sia stato Giovanni Senzani, il criminologo capace di uccidere a sangue freddo Roberto Peci, l'operaio di 26 anni che aveva come unica colpa quella di essere fratello del primo pentito delle Br.

Dopo il ritrovamento del corpo di Moro il disegnatore satirico Giorgio Forattini pubblicò una vignetta completamente nera. Era un segno di lutto, per Moro ma anche per l'Italia, al buio del terrore. Oggi, se non il buio, rimangono le ombre.

twitter: @GBGuerri