I figli assassini con il vuoto dentro

Sangue in famiglia

C ome sedici anni fa, il vuoto dentro. Come allora, quando in una villetta di Novi Ligure venivano trovati orrendamente uccisi una giovane madre e il figlio di undici anni, così oggi, in un piccolo borgo del ferrarese, un minore viene accusato - reo confesso - di avere trucidato e fatto scempio dei genitori, cercando - oggi come allora - di depistare le indagini, simulando in prima battuta uno sconvolgimento autentico.

Sedici anni fa accadeva il delitto di Novi, sedici anni aveva Erika De Nardo, sedici l'adolescente protagonista dell'eccidio di Pontelangorino. Figli entrambi di una borghesia pasciuta, benestante, viziata, incapace di elaborare il senso del bene e del male, adolescenti talmente privi di sentimento da massacrare i propri cari, coinvolgere amici minorenni in un nero patto di morte, fingere struggimento e poi crollare confessando.

Immagino l'ultima espressione terrorizzata e stupita dei due poveri ristoratori ferraresi, inseguiti dal figlio con l'ascia, quello sbigottimento che Svetonio ben descrisse con la frase, «Anche tu Bruto, figlio mio!» esalata da un Giulio Cesare morente.

Viviamo completamente proiettati verso il bene dei nostri figli, lo perseguiamo fin dalla nascita, ne condividiamo le gioie e assorbiamo per osmosi le loro sofferenze e non ci rendiamo conto di quando siamo noi genitori le vittime. O lo scopriamo troppo tardi.

Sfatiamo un tabù: non sempre i figli sono piezz 'e core.

L'alibi più rassicurante di fronte a notizie come questa è l'autoconvincerci che «tanto a noi non può capitare», ma così non sempre funziona. La natura dei contrasti fra i genitori uccisi e il figlio assassino e manipolatore pare fossero i soventi rimproveri per i brutti voti scolastici, cosa che avviene in tutte le famiglie con quasi tutti gli adolescenti, un'età in cui i nostri ragazzi vivono il passaggio dall'infanzia all'età adulta in modo spesso traumatico e spersonalizzante. I consigli degli «esperti» sono sempre quelli di stare loro vicini, di parlare loro senza essere invadenti, correttivi senza essere opprimenti, confidenti senza essergli amici. Parole che si perdono nella distanza fra il dire e il fare, e soprattutto nel paradosso di cronache come questa, dove cadono tutte le nostre certezze.

Anni orsono scrissi un libro, Scarti di famiglia, nel quale prendevo posizione sulla figura dei figli come vittime di amori malati, citando in premessa la Medea di Euripide che declamava come i figli pagassero per le colpe dei genitori.

Credo che i tempi siano maturi per meditare un'altra fatica, descrivendo i casi in cui siano i genitori vittime dei loro figli. E ce ne sono più di quanti immaginiamo.