I post sui social network? Sono il nostro (vero) curriculum

La scatola nera che custodisce le nostre vite è in realtà una cattedrale di vetro. Le pareti trasparenti che la delimitano si chiamano social network. Un luogo per niente sacro ma, al contrario, del tutto profano a cui affidiamo quotidianamente opinioni personali, abitudini, orientamenti, immagini, gusti e ricordi. Fin qui nulla di male, dato che i registi di questo film senza soluzione di continuità siamo noi stessi. Semmai è una questione di consapevolezza: bisogna sapere che un messaggio sganciato a monte provoca sempre delle reazioni a valle, anche a distanza di giorni, mesi, anni. E può trattarsi anche di una valanga.

Stupisce di più che un concetto così elementare non sia ancora familiare a molti politici, i quali restano di frequente intrappolati nelle maglie della Rete. Da ultimo il giovane esponente Pd e candidato alla segreteria dem di Ancona, al secolo Fabio Ragni, autore di un video per lui solo «goliardico», invece semplicemente omofobo per chi lo ha guardato. «Mi dispiace, non ho giustificazioni, se non il fatto che il video è stato fatto molto tempo fa. Ho provveduto a rimuoverlo in tempi non sospetti perché ho pensato fosse di cattivo gusto...», ha ammesso Ragni, arrivandoci però troppo tardi. Se c'è un'altra legge scritta sulla sabbia (mobile, o mobile?) dei vari Twitter o Instagram è che sperare di poter cancellare qualcosa o qualcuno è impossibile. Nella democrazia dei like e dei retweet non esiste oblio.

Insomma, guai a scandalizzarsi o a invocare chissà quale invasione della privacy. Per il politico più o meno scafato, come per il comune cittadino-internauta, i social sono diventati degli autentici curriculum vitae, fatti di bit e di pixel. Raccontano di noi molto più di un master ad Harvard o di un seminario alla Leopolda. D'altronde i «cacciatori di teste» delle agenzie per il lavoro lo dicono chiaro: quando si tratta di assegnare una posizione, un'occhiata al profilo Facebook con le foto delle vacanze estive vale almeno una decina di colloqui in giacca e cravatta. Ricordiamocelo ogni volta che superiamo il confine del «vorrei ma non posto» scivolando lungo il crinale del «non dovrei, ma posto».