Intellighenzia in crisi (rossa) di ispirazione

Partiamo dal presupposto che oggi la categoria degli «intellettuali» non esista più. Un conto è parlare di scrittori, insegnanti, docenti, filosofi, musicisti, registi, pittori, un altro spingersi in quel territorio amorfo in cui vale tutto e dove i componenti della tribù si riconoscono attraverso il solo criterio dell'autoproclamazione. Chi lavora con l'intelletto, qualsiasi idea politica abbia, dev'essere un ricercatore sofisticato, donna o uomo dalla profonda cultura che indaga i meandri della conoscenza e rifugge dal contingente e dall'attualità. È persona impegnata, dominata da autentica passione filologica, maniacale bibliofilo o cinefilo, insegue le prime edizioni, predilige lo stile alla trama, ama l'eleganza della rilegatura, ha smania di completezza e, soprattutto, non smette mai di studiare.

Se è questo l'identikit dell'intellettuale - ed è questo - diversi ne ho incontrati sulle pagine del Giornale perché il restare appartati, non solo per scelta, ha affinato la necessità al sapere, quando i libri erano (mutuando la definizione di Stenio Solinas) innanzitutto «compagni di solitudine». Molti meno ne ho visti e sempre meno ne vedo nelle kermesse letterarie, nei festival, nei saloni, ovvero nei cosiddetti luoghi deputati dove si fa (bassa) politica invece di (alta) cultura. Per queste persone, che ripeto si autolegittimano tra loro, alla cronica mancanza di ispirazione e originalità vengono in soccorso i fatti di cronaca. Così si ritrovano, si indignano, marciano, firmano petizioni, berciano in tv perché non riescono più a produrre un film, un libro, un disco, uno spettacolo almeno decente.

A partire dagli anni Novanta molti di loro hanno campato (alla grande) sull'antiberlusconismo militante e chi non si allineava alla demolizione dell'avversario era letteralmente fatto fuori. Però almeno allora un paio di romanzi buoni Sandro Veronesi li scrisse, Roberto Benigni prese l'Oscar con La vita è bella, di Andrea Camilleri si leggeva volentieri Il commissario Montalbano, Matteo Garrone era un giovane regista promettente e Rocco Papaleo faceva ancora ridere. Giusto per citare alcuni tra i firmatari dell'ultimo «manifesto civile» Non siamo pesci in merito alla questione migranti, affrontata con la superficialità di uno slogan, niente più.

Gli argomenti caldi sono gli unici attraverso i quali fare audience e mirare alla pancia degli indignati per tutte le stagioni. Michela Murgia non riesce a vincere lo Strega, i suoi libri si vendono pochino (in Italia funzionano solo i gialli) e allora si inventa un pamphlet per misurare l'altrui tasso di fascismo; Roberto Saviano ha bisogno di un nemico al giorno, con attacchi volgari, per ricordare ai lettori che lo scrittore di Gomorra nominalmente c'è ancora; Massimo Cacciari urla in tv in preda ad attacchi isterici però dobbiamo andare indietro nel tempo per ritrovarne testi importanti; Walter Veltroni, regista, scrittore, opinionista, ogni tanto rispunta fuori dal nulla e neanche lui sa più che mestiere fa; più accorto Nicola Lagioia (manca alla letteratura dai tempi di La ferocia) che dei politici ha bisogno per campare, ma nella sua attività di columnist si capisce quanto in realtà li disprezzi. E Nanni Moretti? Re-aparecido con il documentario sul golpe cileno, al cinema vero manca da anni.

Diventa persino ozioso scomodare le solite definizioni, radical chic, gauche caviar, che si mancherebbe di rispetto a quella sinistra seria che di cultura ne capiva, eccome. Qui siamo di fronte al fallimento completo di una casta intellettuale che dopo avere perso il consenso ora si trova davanti alla manifesta mancanza di idee. Da anni questi non producono niente di buono, niente che si possa anche solo lontanamente definire intellettuale. Che gli si vieti l'uso di tale parola, il cui significato nobile tradiscono, buttandosi proprio per carenza intellettuale nella polemica politica. Gli viene più facile e non ci si deve impegnare troppo.

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Mer, 30/01/2019 - 23:30

Poverini, fanno un po' pena. Continuano a scambiare per ideologia quella che è solo una forma di psicopatologia. Patetici.