Se il ciclone Trump crea nuove chance

L'ascesa alla Casa Bianca del «ciclone» Donald Trump, un candidato che è stato in larga misura avversato dal suo stesso partito, è un evento destinato a cambiare lo scenario economico globale, e di questo devono assolutamente tenere conto quanti vogliano gestire nel migliore dei modi i propri risparmi.

È probabile, come è stato confermato anche dal discorso di insediamento, che bisognerà fare i conti con l'acuirsi della crisi della globalizzazione. Dopo alcuni decenni di crescente interconnessione tra le economie dei diversi continenti, sembra che oggi si vogliano alzare muri un po' ovunque. Tale processo era già stato avviato negli ultimi anni dal vecchio establishment euro-americano (basti pensare all'impasse dei negoziati sul Ttip), ma gli sconvolgimenti politici dell'ultimo anno sono orientati a radicalizzare questo quadro. D'altra parte, il nuovo presidente americano non ha mai nascosto i propri intenti protezionistici e anche nelle ultime ore ha riaffermato l'intenzione di spingere le multinazionali a investire maggiormente negli Stati Uniti, facendo di tutto per fare rientrare i loro capitali. Entro questo quadro complicato, è egualmente possibile che la stessa America sia in grado di offrire opportunità interessanti agli investitori. In effetti, il medesimo Trump «statalista» che dichiara una sorta di guerra commerciale alla Cina e al resto del mondo, mostra poi un volto più «liberista» quando afferma di voler ridurre la pressione fiscale: forse grazie a una revisione della riforma sanitaria di Obama e a un taglio delle spese militari, realizzando un qualche disimpegno dalla Nato e lasciando che gli alleati si prendano cura degli oneri della loro difesa. Se tali intenti dovessero preludere a scelte effettive e a un abbassamento delle imposte, questo potrebbe aiutare le piccole e medie imprese statunitensi. Come è ben noto, le grandi aziende già oggi sono in grado di eludere una parte rilevante del prelievo fiscale (la situazione della Apple in Irlanda rappresenta solo la punta dell'iceberg) e quindi si può presumere che saranno proprio le Pmi americane a trarre i maggiori vantaggi dalle riforme. Per giunta, il grado d'internazionalizzazione di queste imprese è inferiore a quello dei grandi gruppi, e quindi esse dovrebbero patire un po' meno le conseguenze negative delle misure immaginate dalla nuova amministrazione per chiudere l'economia Usa su se stessa ed evitare quel processo di costante rinnovamento che è connesso agli scambi globali. Per l'investitore europeo, e più specificamente italiano, guardare all'America può essere molto ragionevole anche in considerazione del fatto che, mentre al momento attuale la Bce sembra intenzionata a proseguire sulla strada dell'espansione monetaria e del Qe, negli Usa sono ormai persuasi che i tassi debbano crescere. E certamente il rafforzamento del dollaro può premiare chi dovesse dare fiducia a quella che, nonostante le classifiche, resta la prima economia del mondo: la più dinamica e la più innovativa.