L'autopsia inchioda Filippone: "Ha ucciso lui la moglie"

L'autopsia sul corpo di Marina Angrilli inchioda Fausto Filippone: "L'ha spinta lui giù dal balcone di casa"

Marina Angrilli è stata uccisa. Domenica a mezzogiorno, qualcuno l'ha spinta giù dal balcone della casa affittava a studenti a Chieti Scalo. E quel qualcuno potrebbe essere proprio il marito Fausto Filippone, l'uomo che ha gettato la figlia Ludovica, appena 10 anni, dal viadotto Alento della A14 a Francavilla al Mare (Chieti).

La conferma arriverebbe dai primi esiti dell'autopsia, eseguita all'obitorio di Chieti dal medico legale Cristian D'Ovidio e riportate dal Corriere della Sera. Dagli esami, infatti, sarebbe stato escluso un malore o una colluttazione alla base della caduta mortale della donna. Ma la tipologia di lesioni e l'analisi della traiettoria conferma anche che non si è trattato di suicidio. Con lei nell'appartamento, da poco tornato disponibile, c'erano lei e il marito. E quando la donna è stata soccorsa dai vicini di casa, l'uomo si sarebbe frettolosamente avvicinato, dando un numero di telefono e scappando: "Devo andare a prendere mia figlia", avrebbe detto.

Poi, con la bimba, è arrivato sul viadotto e, dopo averla fatta sedere sul parapetto, ha gettato Ludovica di sotto. Infine ha ingaggiato una trattativa lunga quasi sette ore con polizia, vigili del fuoco e mediatore, per poi lanciarsi anche lui nel vuoto prima che venisse gonfiato il materasso che poteva salvargli la vita.

"Nella sua mente tutto era definitivamente finito", ha raccontato oggi lo psichiatra che ha cercato di farlo desistere, "Ha parlato del fatto che la sua vita era irreversibilmente iniziata a cambiare in termini inaccettabili e intollerabili 15 mesi prima e uno degli episodi che ha contribuito a costruire una insostenibilità della sua esistenza come cofattore è stato anche la perdita della madre nei mesi precedenti. Ci siamo trovati di fronte a un muro insormontabile e invalicabile, Filippone ha dovuto cercare dentro di sé il coraggio per lanciarsi nel vuoto La sua esistenza doveva terminare con un atto risolutivo, non c'era per lui possibilità di essere perdonato né di comprendere le ragioni profonde di ciò che aveva fatto".