L'estate in cui le ferie divennero furie

N essun folletto scespiriano rallegrerà i sogni della nostra estate. I grandi rituali della vacanza si ripetono, le solite telecamere ci inquadrano ai caselli delle autostrade, nelle «panoramiche» lungo le spiagge, in fuga dalle città, nei massacri da questo a quell'asfalto e da questa a quella lamiera contorta: ma le sequenze filmate sanno di stantio, di documentario obbligato, di incubo ripetuto. Non manca il (...)

(...) sociologo che sdottora sui concetti smemorativi delle vacanze, non manca l'articolista d'assalto che ci invita, in ogni caso, all'ennesimo (ultimo?) «carpe diem».

Nei gerghi operai e impiegatizi delle grandi città le fatidiche ferie vengono da tempo ribattezzate «furie», termine ironico e carico di significati inconsci. Sottintende, questa feria come furia, un distacco vendicativo dai doveri, un rilassamento fisiologico dalle abitudini, in vista di oasi fiammeggianti ove il godere è sovrano.

A dispetto di equi canoni, autotassazioni, casse integrative che pendono come mannaie, a dispetto di dispute partitiche e di scioperi dei trasporti intesi quali ricatti stagionali, gli italiani, mediterraneamente, si ritrovano uniti nella vacanza d'agosto, scordando per un attimo le incognite dell'avvenire (col sole dipinto e gli interni visibili). Tutti sono profondamente certi del valore taumaturgico delle ferie-furie, compresi ladri, assassini, evasori fiscali, imbroglioni di alta e mezza tacca.

Ma saranno veramente ferie o prevarrà l'eufemismo di furie? È grande quesito, non solo per la polizia stradale e per quel paio di ministri che onoreranno - fa parte del rituale - i loro dicasteri a ferragosto, presentandosi puntualissimi per i telegiornali.

Guai a fare domande, in quanto questo mese che è l'unico degno dell'aggettivo «perverso», sempre che perversità - al di là dell'uso politico attuale - significhi ancora «degenerazione di un istinto» secondo quanto ci spiega il dizionario.

Tutti in fuga, e quindi tutti perversi questa è la nostra feria di agosto, una furia collettiva di «non essere» di «rappresentarci» in un altrove, nudi e ilari e dimentichi di come girano le faccende patrie. Ad un appello intergalattico, fortunatamente improbabile, l'intera Italia sarebbe lieta di rispondere «non ci sono». Politica ed economia, governabilità e conflittualità, disoccupazione e riforme straordinariamente pasticciate sfumano in un limbo non giustificabile: le ferie furie debbono svolgere il loro ruolo estraniante vincendo resistenze congiunturali, disappunti orali, dubbi filosofici.

Di colpo i problemi assumono un'altra veste; come decodificare i bacilli nei mari di Genova, e non i guasti della Cassa per il Mezzogiorno; come sconfiggere gli inquinamenti dettati dalle scorie del vulcano americano Sant'Elena e non le trame eversive o le aziende in asfissia. Il meteorologo sopravanza l'elzevirista, la «miss» locale ha più spazio sui rotocalchi di qualsiasi Greta Garbo, i giochi diventano più che mai senza frontiere, ma sono l'arena dell'idiozia, questi giochi, e l'idiozia appunto non conosce confini. L'ora del divertimento scatta con una precisione che non è frenata da alcun granello disaffezionistico.

Pochi grandi poeti amarono, a loro rischio, l'estate. Perché una vera estate o è analfabetica, o non è. E questo analfabetismo, personale e civile, lo coltiviamo con una carica straordinaria.

Voltata in carnevale questa povera stagione da anni, è recita collettiva, impone oblii che possono solo produrre, alla lunga, risvegli crudeli. Perché uno dei grandi condimenti di ogni estate nostrana consiste nel fantasma - autentico o millantato - dell'autunno «caldo». Più caldo sarà l'autunno, più prodiga sia l'estate. Siate cicale al massimo, perché il destino da formica incombe, così ci ingiungono i «mass media» nella loro rozzezza di comando.

L'estate fu stagione segreta, desiderosa di ombre solenni e di amabili conversari. Oggi è luogo di sfida, di rischi corporali, di «lotte continue» tra i flutti, sui ghiacciai del monte Bianco, nei sorpassi sull'asfalto. La grazia discreta e meditabonda delle grandi estati da cui siamo nati si è ridotta a una poltiglia di rumori, a un'esposizione di rughe, a un abbraccio giovanilistico e bruto verso il mondo. Il quale mondo, di per sé non gradisce né tante ferie, né tante furie.

Il corrompersi del costume civile ha lestamente innalzato i suoi stendardi estivi: vende il fresco e il caldo, le ore di sole e il minimo di pioggia, la fuga in Oceania e il nascondiglio privilegiato, lo sconto ai grandi magazzini e il «tour tutto compreso» (anche la colite). La geografia è diventata un dépliant, persino le guerriglie servono come macabro sfondo per una cosiddetta «vacanza intelligente». Nessuno ha più il diritto di fare l'estate da solo. Felicità d'agosto è un piede pestato, un secchiello di sabbia versatoti in un occhio da qualche ragazzetto istigato da madre, nonne, zie.

L'estate è dea, pretende simili sacrifici. Ci imbarchiamo tutti quanti, per lidi ignoti, sgombrando i vascelli dalla zavorra del discernimento, della ragione, del buon giudizio, dell'educazione.

Su questa caduta dell'antico valore dell'estate ci giocano un po' tutti: i potenti, i potentissimi che contrastano i potenti, i poveretti (ovverosia i sudditi) che in costume da bagno credono di risultare uguali a potenti e potentissimi. La recita è breve, il sole ha già accorciato la sua ruota, ma l'autunno «caldo» ci appare in un domani lontanissimo, e non vogliamo misurarlo da Rimini o da Agrigento. I «figli del sole» che noi siamo respingono ogni urgenza. Tutto quanto può accadere - morti e rapimenti - sia anch'esso pimento estivo: macchia l'estate ma non la altera nei suoi programmi, anzi le dona un brivido da ignobile film giallo.

Per questo non siamo ancora degni di un autunno quanto meno «tiepido».

Giovanni Arpino

1 agosto 1980