L'Europa si spezza: l'Est dice ancora no alle quote di migranti

Il presidente Juncker chiede: «Cosa sono 120mila rifugiati rispetto ai milioni accolti in Libano?». Sanzioni in vista

Minacce, velate o dirette, ai Paesi che chiudono le frontiere, pressing su quelli di primo arrivo (Italia compresa) affinché rafforzino i controlli e falchi tedeschi convertiti alla flessibilità nel bilancio europeo. La crisi immigrati ha messo a dura prova l'Ue. Ieri si sono riuniti i ministri dell'Interno dei Ventotto per tentare di sciogliere il nodo della ricollocazione dei 120mila rifugiati arrivati in Europa nelle ultime settimane e mesi.

Oggi toccherà al consiglio dei capi di stato e di governo trovare la quadra. Da un lato convincere tutti a farsi carico di una parte dei migranti arrivati in Italia, Grecia e Ungheria: un compito arduo, visto che ieri i tre Paesi del «gruppo di Visegrad» (Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia) più la Romania hanno votato contro l'obbligatorietà delle quote, mentre la Finlandia si è astenuta. Dall'altro persuadere il governo Orbàn a fare marcia indietro sulle scelte più drastiche, a partire dalla chiusura delle frontiere e l'uso dell'esercito contro i richiedenti asilo.

Il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ha richiamato i governi alle loro responsabilità. «Cosa sono 120 mila rifugiati? Siamo ridicoli di fronte alla grandezza del problema», soprattutto di fronte a «libanesi e giordani che ospitano milioni di persone». C'è anche un risvolto economico della crisi. Per chi si rifiuterà di ricollocare i migranti ci sono sanzioni dirette. Nella bozza di accordo si parla di 6.500 euro per ogni immigrato non accolto. Ma c'è anche un pressing pesante verso il governo Orbàn, che sta usando la forza per respingere i migranti. Durante il seminario sono stati molti i riferimenti ai fondi europei percepiti dall'Ungheria e alla possibilità che Budapest li perda se continuerà a violare il diritto internazionale.

Ieri a Bruxelles c'era anche Wolfgang Schäuble, inflessibile ministro delle Finanze tedesco, che, limitatamente all'immigrazione, è disposto a rinunciare al rigore. La sfida dei rifugiati, ha spiegato, è «la più grande dalla seconda guerra mondiale» e non può che riguardare anche il budget dell'Unione. Tra le proposte del «falco», un «uso più flessibile» dei soldi europei per affrontare meglio le sfide. Poi: «L'emergenza profughi è un problema europeo, non tedesco». Per trovare le risorse ha proposto di attingere a risorse economiche che non sono mai state colpite. Un possibile riferimento alle rendite finanziarie.

La commissaria Georgieva ha avvertito che le risorse potrebbero non essere sufficienti a fronteggiare nuove ondate di rifugiati. Una delle questioni chiave è aiutare i Paesi di frontiera, quindi principalmente Italia, Grecia e la stessa Ungheria. «Il bilancio dell'Unione Europea deve reagire alla crisi dei migranti. Abbiamo bisogno di maggiori risorse dove ce n'è bisogno, ad esempio per Frontex». E poi, diretto all'Ungheria: «Chiudere le frontiere non risolve».

Una conferma di quanto sia urgente trovare una soluzione a livello europeo è arrivata dall'Ocse. Nel 2015 si potrebbe arrivare a un milione di richieste di asilo nell'Ue, secondo il rapporto 2015 sulle «Prospettive delle migrazioni» elaborato dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, presentato alla vigilia del Consiglio Europeo straordinario di domani a Bruxelles. Nel documento si afferma che l'attuale numero di migranti «non trova paragoni recenti» e si ipotizza pertanto che entro l'anno nei Paesi dell'Ue potranno essere presentate complessivamente un milione di richieste di asilo, ma con tutela garantita solo per «350.000-450.000» persone. Si tratta di un fenomeno destinato a durare a lungo, viene osservato, eppure per l'Ocse l'Ue può farcela.