L'uomo che inventa profumi: «Dentro mescolo collera e fede»

Negli anni '80 ha messo il suo talento a servizio di Shiseido, finché nel 2000 ha creato il proprio marchio

Serge Lutens, tra i maggiori creatori di profumi del mondo - ma è anche make-up artist, fotografo, regista, art director, designer - è nato a Lille, nel nord della Francia, il 14 marzo 1942. Nel 1980 mette il suo talento a disposizione della grande casa di cosmetica e profumeria nipponica Shiseido. Nel 1992 apre a Parigi il «Salon du Palais Royal». Nel 2000 dà vita al marchio che porta il suo nome e impone definitivamente il proprio stile inimitabile e privo di compromessi. Nel 2007 viene insignito dal governo francese della dignità di Commandeur de l'Ordre des Arts et des Lettres. Lasciata Parigi, dove era approdato nel 1962, Serge Lutens oggi vive e lavora a Marrakech, in Marocco. Qui, ha restaurato e reinventato un'immensa e magica residenza nella Medina, acquisita nel 1968. Le sue ultime creazioni hanno denominazioni di per sé eloquenti, come «La Religieuse» e «L'Incendiaire», primogenito di una nuova esclusiva linea, la «Section d'Or». Per Il Giornale, Monsieur Lutens, elegante e astratto, temperamento schivo e appartato fino al mistero, si racconta attraverso alcune risposte spesso sibilline e a loro volta dense di interrogativi.

Monsieur Lutens, come potrebbe descrivere il suo multiforme talento?

«Non mi piace definirmi come creatore di profumi. Piuttosto mi vedo come qualcuno che colloca una fragranza nel contesto di una storia. Non amo seguire mode o tendenze e immagino fragranze, flaconi, astucci, ne scelgo geometrie, colore, definizioni estetiche e materiali di realizzazione, fotografo le modelle, penso l'immagine delle campagne pubblicitarie. Un concetto totalizzante. I miei profumi (tra i più noti, appunto, «Femminilitè du bois», ndr ) hanno nomi evocativi, trasportano in viaggi lontani, incarnano l'essenziale. Non sono né femminili, né maschili, prendono semplicemente il carattere di chi li porta. La bellezza odia le regole e le normative codificate. La sua unica legge è proprio di non avere regola alcuna».

Come ha scoperto la sua vocazione? C'è stato qualcosa in particolare nella sua vita che ha determinato questa svolta?

«Non ho che una professione, quella di fede. L'idea del femminile per me è uno specchio in cui mi rivedo totalmente. Un interiorità positiva e negativa insieme. La mia storia personale inizia da un'assenza del dato femminile così lacerante che mi sono dovuto inventare una mia idea di donna. La mia nascita illegittima nel 1942, sotto il Governo di Vichy, ha infatti determinato una lunga e terribile separazione da mia madre durante i primi anni di vita. Un periodo che ha anche fortemente marcato il mio rapporto con l'ambito della religione. Quanto sia controversa e particolare questa mia relazione, credo lo si possa capire bene attraverso uno dei miei ultimi profumi La Religieuse . Sono un uomo del nord, c'è in me una certa pulsione monacale. E, senza volerlo, anche un afflato religioso. Flirto con la morte, con il nero». (Lo testimoniano le sue fragranze: «Serge Noir», «Tubéreuse Criminelle», il rossetto «Mis à Mort», i meravigliosi porta-cipria «Danse Macabre» che si trovano soltanto al «Salon du Palais Royal» a Parigi. Pezzi unici realizzati unicamente per Serge Lutens da un artigiano-artista giapponese, con una tecnica virtuosistica e plurisecolare, che accoppia lacca nera e fragile guscio d'uovo e che raffigurano uno scheletro danzante ).

«Sono un vero autodidatta, forse non ho appreso niente, mi sono inventato da me».

Lei pensa vi sia una certa corrispondenza tra l'arte, la decorazione e la percezione del profumo?

«Il modo di vedere un film o di leggere un romanzo non sarà mai vissuto su un binario parallelo. Il gusto, è vero, è una proprietà privata, ma non è mai solo».

A questo proposito, potrebbe darmi la sua definizione di «naso»? Qual è l'elemento caratteristico del suo percorso creativo nell'universo del profumo?

«Isolare un senso da un altro significa castrare la creazione. Ciascuno di essi dipende dal precedente e da quello che segue; si incatenano. Quello del “naso“ è un mestiere, ma non il mio. Io ho usato l'essenza della vita: la mia collera, le incertezze, l'amore, i miei dubbi... Eccole, le mie materie prime. Il profumo lo sento, lo immagino come una passerella gettata tra l'immagine e le parole. La caduta è tangibile».

Come mai ha deciso di passare dall'ambito del make-up al profumo?

«La finalità prodotta da un trucco o da un profumo non mi interessa affatto. Quella che ho servito è stata la rivolta delle donne rispetto alla loro condizione. Esattamente come Yves Saint-Laurent ha fatto con i vestiti. Le mie varie attività si sono come incatenate. Non vi sono stati cambiamenti drastici, semmai un colpo di rimbalzo. È anche vero che un giorno ho cominciato ad avvertire la materia del trucco sulle mani come un qualcosa di alieno, di pesante e assai disturbante. Mi sono subito dovuto liberare da questi vincoli che sentivo diventare insopportabili».