Malagiustizia, assolto dopo 3 anni di carcere. "Caso di omonimia"

A 70 anni finisce in prigione col 41bis, poi viene assolto

Dopo quasi tre anni di carcere e 11 mesi di domiciliari con l'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso, è stato assolto con formula piena. Un grosso errore per cui l'avvocato di Beniamino Gioiello Zappia ora ha chiesto alla Corte d'Appello di Roma un ingente risarcimento dei danni subiti dal suo assistito per ingiusta detenzione. Per il difensore, l'avvocato Luis Eduardo Vaghi, non è un semplice caso di malagiustizia. Il legale è convinto che il suo assistito sia finito nei guai per "un caso di mera omonimia".

Tutto inizia il 22 ottobre 2007, con il blitz della Dia di Roma ribattezzato "Orso Bruno". Zappia viene arrestato. I magistrati della Capitale lo indicano come l'uomo di collegamento, a Milano, tra le cosche agrigentine e quelle italo-canadesi legate al clan dei fratelli Rizzuto di Montreal. Nel capo di imputazione, viene descritto come "personaggio storicamente legato all'associazione mafiosa Rizzuto", di cui "è da sempre suo referente in Italia e in particolare a Milano ed in Svizzera". Un uomo "dedito alle più disparate attività delinquenziali" di cui, sempre stando all'ipotesi accusatoria, i Rizzuto si sarebbero serviti per infiltrarsi negli appalti milionari per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Insieme con lui, che ha ammesso davanti ai magistrati di conoscere alcuni membri della famiglia Rizzuto solo "per nome", finiscono dietro le sbarre altri 18 presunti esponenti del clan italo-canadese dei Rizzuto.

Così Zappia (che ha nel curriculum alcuni precedenti penali) finisce in carcere a San Vittore. Poi viene trasferito a Roma, Benevento e infine a Secondigliano. Da fine novembre 2008, a 70 anni compiuti (Zappia è del 1938) scatta per lui la sorveglianza speciale: è il cosiddetto regime di "carcere duro", previsto dal 41 bis per i mafiosi. Un incubo che finisce nel maggio 2010, con la concessione degli arresti domiciliari. La sentenza di assoluzione arriva il 23 novembre 2012, esattamente ad oltre 5 anni dal blitz che lo aveva condotto in carcere.

Secondo il legame si sarebbe trattato di un caso di omonimia. Nel corso del processo, infatti, è stata raccolta la testimonianza del vicequestore Alessandro Mosca, ufficiale della Dia di Roma che ha coordinato l'inchiesta Orso Bruno, che ha dichiarato che "l'indagine è nata nel 2003 presso la Procura della Repubblica di Roma a seguito di una segnalazione pervenuta alla Dia della Polizia Canadese, nella quale si segnalava la presenza in Roma di un personaggio, Giuseppe Zappia (non Beniamino, ndr), soprannominato in Canada il "Commendatore", che veniva indicato come fortemente legato ad un'organizzazione criminale che operava a Montreal, denominata famiglia Rizzuto".

Commenti

Paolino Pierino

Mer, 04/03/2015 - 19:48

Altra porcata della in giustizia italiana chi pagherà ?? Questa volta in galera mandiamo chi lo ha condannato e paghi pure di tasca propria i risarcimenti milionari

carpa1

Mer, 04/03/2015 - 21:03

Tipico caso in cui il magistrato che ha sbagliato non solo deve risarcire, ma andare in galera al posto del reo ingiustamente condannato. Ma quando mai in Italia?

Raoul Pontalti

Mer, 04/03/2015 - 23:08

Bananas! le indagini materialmente chi le fa? La polizia giudiziaria, ossia i pelandroni in divisa che lavorano quasi sempre come cani in ferie. Ossia quei pelandroni che voi bananas sempre osannate. Il controllo di identità lo fa il magistrato o il pulotto? Quando vi fermano per la strada e vi chiedono i documenti siete controllati da magistrati piuttosto che da pulotti o bananas? Nulla vieta che come cani in ferie e per giunta ubriachi lavorino anche certi magistrati che tra l'altro sono responsabili delle in chieste condotte dalla PG, ma io per esperienza diretta prima me la prendo con quelli che vanno a raccontare ai magistrati che il reo sono proprio io quando invece sono puro come l'acqua di fonte (inquinata...).