Melissa e la giustizia frettolosa Troppi finti mostri in prima pagina

Dall’ex militare all’uomo zoppicante, l’ombra del killer ha sfiorato oltre 1.400 interrogati. L’antennista è solo l’ultima vittima della fame di colpevoli

Sbatti il mostro in prima pagina, e chissenefrega se «quel» mostro non è «il» mostro di Melissa. Non uno, non due, ma decine di sospettati più o meno eccellenti, più o meno per davvero sospettati, hanno avuto la vita distrutta, son dovuti scappare da casa, dagli amici, dal lavoro. A rischiare la pelle pure quei poveri poliziotti in borghese usciti con una volante dalla questura di Brindisi, lo scorso 21 maggio, e presi a calci e sputi perché «scambiati» per gli assassini della studentessa di Mesagne. Il tutto per quell’ansia da vendetta, e soprattutto da scoop, che ha colpito illustri giornalisti, note agenzie di stampa, quotidiani locali, tutti incappati in notizie false e puntualmente divulgate per la gioia di chi aveva subito un interrogatorio ma era poi tornato a casa sorridente e con le scuse degli investigatori.

Prendete Raffaele N. un ex militare dell’Aeronautica, dipinto come mezzo spione, passione per l’elettronica e gli esplosivi. La sua foto ha fatto il giro del mondo accanto a un titolo eloquente: l’autore della strage incastrato da una videocamera. Due gocce d’acqua con l’uomo immortalato nel video davanti la scuola, precedenti specifici, un alibi così e così. A molti cronisti, e qualche investigatore, è bastato questo per non avere pietà. E invece Raffaele non era quel che a molti investigatori sembrava. S’è salvato per una di quelle incredibili coincidenze che poi, a seconda del credo, ti fanno ringraziare il Signore, la Dea Bendata, il fondoschiena. Il giorno prima dell’attentato l’uomo è in Grecia, la sera prende un aereo per Bari, destinazione ultima casa sua, a Brindisi. Una volta atterrato si fa convincere dal figlio a restare a cena e a dormire da lui a Bari, e questo gli salva la vita: l’indomani, con comodo, prende e parte in auto. Arriverà a Brindisi a mezzogiorno, tre ore dopo l’esplosione della bomba. Un poliziotto lo riconosce: «È lui, ne sono certo».

Sembrava fatta. Tam tam. Solo a notte il pm sarà costretto ad arrendersi alle evidenze dei riscontri. «Se fossi tornato subito a casa - racconterà al Giornale nella sua prima accorata intervista - a quest’ora sarei in cella e nessuno cercherebbe più il vero assassino». Scontato. Stesso discorso per due fratelli al popolare quartiere Sant’Elia, uno dei quali con qualche problema di deambulazione come il mostro che zoppica nel filmato, e un’antenna gigantesca piazzata in terrazzo tanta è la passione per i baracchini. Anche qui due più due fa quattro chiacchiere in questura e niente più: fuori per un doppio alibi di ferro, lui e il fratello complice. Alibi di acciaio. Inattaccabile. Tra figuracce e scuse a capo chino, la caccia all’uomo con nome e cognome in edicola si placa di botto. Anche perché sono 1.421 le persone prese a verbale, ognuna è un potenziale titolo a effetto, una Babele di accuse incontrollate e incontrollabili. Il papà di una ragazza ferita nell’agguato è costretto a smentire su queste pagine che non c’entrano niente le pistolettate prese anni prima per il pentimento del fratello criminale, zio della ragazza tuttora ricoverata. Anche la mafia locale della Sacra Corona Unita, con annessi i vecchi boss del contrabbando ormai a riposo, catturano l’attenzione di giornali e tv giurando che con questo scempio la malavita non c’entra. Immediate luci della ribalta per chi ha precedenti penali, interviste in differita per chi ancora ha paura a uscire di casa e incrociare il vicino.

Commenti

giuseppe.galiano

Ven, 08/06/2012 - 23:49

Non è giustizia frettolosa, è riservatezza alla membro di segugio. Posso capire che gli indiziati siano diversi, si procede a tentoni e qualche cantonata è sempre possibile, ma la riservatezza nelle indagini non esiste. Tutti parlano, sopratutto le talpe delle procure (e chi se no? fra ***** da Velletri?) e quindi è uno s******amento generalizzato. Si può ovviare a tutto ciò? Certamente, riaffidando le indagini a chi è stato addestrato a tale compito, poliziotti e carabinieri. Certamente con supervisione di un procuratore, ma informato solo al momento opportuno e per avere i permessi previsti dalla legge. Un poliziotto che indaga non parla, agisce.