La medaglia del tongano: non arrivare all'ultimo posto

Pita Taufatofua ce l'ha fatta. Il portabandiera di Tonga ha sfidato il gelo, gareggiando nel fondo, riuscendo a mettere dietro di sé due latino americani

Pita Taufatofua ce l'ha fatta. Ha tagliato il traguardo prima che calasse la sera, non è andato a sbattere contro un albero, ha alzato le braccia al cielo dopo cinquantasei minuti, quarantuno secondi e un decimo, il tempo che lo ha reso famoso, dopo che il suo topless e le infradito, nell'aria ghiaccia coreana, lo avevano reso celebre e buffo, durante la cerimonia di apertura dei Giochi invernali.

L'eroe di Tonga stavolta non ha corso a torso nudo e oliato, non ha indossato la tovaglia polinesiana (ta'ovala) della sfilata, si è imbacuccato per spingere gli sci lungo la 15 chilometri di fondo, una disciplina che ha scoperto e praticato, per la prima volta, due settimane fa. Tanto gli è bastato per lasciarsi alle spalle il messicano Madrazo e il colombiano Uprimny, suoi compagni di allenamento e di sogni olimpici, ultimi al traguardo, felici e abbracciati in un trionfo esclusivo, privato, tra amici.

Due anni fa a Rio, Pita si presentò, unico atleta del suo Paese, nelle gare di taekwondo, ieri ha promesso di portarsi appresso gli stessi amici alle Olimpiadi estive di Tokyo, dove sceglierà qualcosa che abbia a che fare con l'acqua.

I Giochi hanno eroi diversi, lo spirito olimpico viene confermato, partecipare non soltanto per vincere, lo sconfitto dalle classifiche è vincente nello sport e può esserlo nella vita, un altro sciatore della 15 chilometri, il brasiliano Victor Santos, viene dalle favelas, dove lavora come lavamacchine.

Pita Taufatofua è australiano di nascita, corre per Tonga, ma vive a Brisbane, dove insegna in una scuola di recupero per i bambini abbandonati. Questa è la sua vera medaglia d'oro, sta sul podio senza concorrenti, con la fatica di tutti i giorni, l'impegno dell'uomo, più forte di quello dell'atleta. In Polinesia sognano la neve.