Muore l'ultimo sellaio del Sud che non si arrese alla modernità

Demetrio Popolizio era l'ultimo sellaio del Sud. Un mestiere antico ormai scomparso

Un camice blu, una coppola in testa, una sella sulle gambe già modellata da ago e “assugghie” (un ferro ricurvo). E’ l’immagine che resterà di Demetrio Popolizio, l’ultimo sellaio del Mezzogiorno, morto nella sua città, Altamura (in provincia di Bari).

“A Natale compio novant’anni” aveva detto durante un’intervista postata su Youtube a cura del progetto di rigenerazione urbana “Staffetta artigiana”. Le parole di Demetrio, con naturalezza, hanno raccontato un secolo di storia e di lavoro. Cominciò “a sei-sette anni” con il padre calzolaio. Una vita dedicata alla cucitura delle selle da mulo e da cavallo. Un lavoro in bottega, di quelle scomparse, fatto con maestria artigianale. Un lavoro che traccia una netta linea di confine tra il passato dei mestieri e il presente tecnologico e anonimo. Scompare con lui uno dei lavori più antichi. Ma con lui si perde anche una formidabile testimonianza. Popolizio è stato un’icona per il suo paese, ma potremmo dire che per tutto il Sud ha rappresentato un pezzo di storia importante per il fatto stesso che il suo lavoro rimandava a un’epoca nella quale cavalli e muli erano i principali mezzi di locomozione.

“Dove ora ci sono le macchine, così quarant’anni fa c’erano i traini” continuava a raccontare nel suo piccolo negozio descrivendo il suo come “un mestiere miserabile” che permetteva a stento di campare, scomparendo via via le quaranta botteghe artigiane che solo ad Altamura rappresentavano un punto di riferimento importantissimo per l’economia. Lui era rimasto solo e a fargli compagnia le selle, l’”asssugghie”, l’ago, la bordatrice per cucire con maestria unica il cuoio e riempirlo di paglia con il bordo in metallo. Il suo lavoro si era ridotto ormai a piccole opere: le selle per la “cavalcata” della festa popolare della Madonna del Buoncammino. Demetrio aveva esercitato una specie di resistenza alla modernità. Non aveva voluto saperne di macchine e boom economico. A buon diritto possiamo dire oggi che aveva ragione lui e che quel “lavoro miserabile” possiamo solo rimpiangerlo.

Commenti
Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Ven, 26/02/2016 - 22:42

Datemi il privilegio di celebrare quest'ultimo artigiano: un mondo se ne è andato. Vincono tutte le chiacchiere cretine sul 'recupero' delle tradizioni, sul presunto 'ritorno' alla campagna: dal bordo delle piscine degli agriturismi! Che la sua bottega diventi un Museo!

PerQuelCheServe

Ven, 26/08/2016 - 12:09

@rosario.francalanza. Sottoscrivo il Suo commento. É insieme un peccato ed una vergogna che le professionalità del passato siano e siano state abbandonate anche solo dal rispetto che dovremmo al loro lavoro. Che la sua bottega diventi davvero un Museo. Buon viaggio e che riposi in pace, Mastro Popolizio. E

PerQuelCheServe

Ven, 26/08/2016 - 12:12

@rosario.francalanza - Che la sua bottega diventi davvero un Museo. É insieme un peccato ed una vergogna che le professionalità del passato siano state e siano abbandonate dalla nostra "civile" società, abbandonati anche dal rispetto che si deve loro per le loro capacità e abilità in nome di un "progresso" in cui si sente fighi perché fanno tutto le macchine mentre noi, beoti, stiamo a guardare con il naso schiacciato contro il vetro. Buon viaggio e buon riposo, Mastro Popolizio. E grazie.

Ritratto di bonoitalianoma

bonoitalianoma

Lun, 29/08/2016 - 22:50

O TEMPORA O MORES. Purtroppo il tempo non ha risparmiato mastro Demetrio. L'unico augurio consolatorio è che sia rimasta la testimonianza "scritta" delle opere e lavori che ha compiuto in maniera da lasciare alle generazioni future un punto di riferimento della storia locale e umana delle generazioni che ci hanno preceduto. RIP