Napoli e il rapporto con il mare

In un'epoca in cui per riemergere dalla crisi mondiale bisogna inventarsi nuovamente, il mare può essere un'occasione di sviluppo sotto molti fronti

In un'epoca in cui per riemergere dalla crisi mondiale bisogna inventarsi nuovamente, il mare può essere un'occasione di sviluppo sotto molti fronti. Dalla portualità, al turismo, alla pesca sostenibile, alla diportistica, alle crociere, alla biologia marina in un'epoca di cambiamenti climatici in cui nuove specie ittiche invadono il Mediterraneo. I fronti sono molteplici ed è facile dimenticarne molti.

Napoli ha un rapporto strano con il suo mare, se tutti quelli che vivono nelle sue vicinanze o nei quartieri ricchi hanno un rapporto profondo con esso, basta andare nei quartieri popolari come San Pietro a Patierno o Scampia per rendersi che conto che molti ragazzi hanno problemi perfino a nuotare. Figuriamoci se possono immaginare di mandare il curriculum a qualcuno dei grandi armatori della regione per tentare di imbarcarsi su una nave cargo o una petroliera. E' da qui che bisognerebbe partire per cambiare la situazione.

Se nei quartieri popolari si aprissero istituti nautici o si insegnasse nelle scuole medie alcune materie per avvicinare i ragazzi a questo mondo, si potrebbero aprire porte su universi fino a oggi sconosciuti a molti. Eppure il mare ha dato lavoro ai campani per millenni. Certo oggi, oltre che ai settori tradizionali come la cantieristica, la Marina Militare e il turismo, si potrebbe puntare anche su settori avveniristici come la biologia marina e l'esplorazione dei fondali marini per motivi scientifici. Per esempio è in corso un progetto molto interessante per rigenerare il mare di Bagnoli fortemente inquinato dall'ex Ilva-Italsider. Anche i parchi marini, sia naturalistici che archeologici, a Napoli non mancano e sono mete molto amate e apprezzate.

È molto importante creare una cultura generalizzata del mare fin da piccoli e fare comprendere i suoi molteplici sviluppi lavorativi. Per questo serve però che lo Stato torni a investire sul territorio. Anche per raccontare che, facendo i concorsi per entrare in Marina si può viaggiare in mezzo mondo e avere un buon stipendio o che i biologi saranno sempre più richiesti per combattere il forte inquinamento marino dovuto alle fogne, alla presenza di micro particelle di plastica o di altri inquinanti chimici o per progettare saponi o plastiche meno inquinanti.

Anche i portuali, per quanto sempre più sostituiti da macchine e computer non spariranno del tutto. La loro diminuzione dovrebbe almeno aprire le porte ai giovani universitari che vogliano specializzarsi nelle tecnologie che hanno sostituito i lavoratori per creale o gestirle. Certo non è un processo indolore, perché non moltissimi operai potrebbero avere le competenze per ri-inventarsi un lavoro gestendo i computer che hanno preso il loro posto. Ma almeno i loro figli potrebbero, mentre si inventa un nuovo welfare per i padri. Bisogna quindi tornare a far sì che lo Stato indirizzi il sistema formativo e le risorse pubbliche per favorire investimenti e la creazione di nuovi lavori nel mare. Questo per creare quegli investimenti e la formazione minime perché i privati investano e assumano.

Tristemente, se si interrogassero la gran parte dei ragazzi di una scuola media di Napoli, la maggioranza non avrebbe grandi idee sulle tantissime possibilità di carriera legate al mare. Il disinteresse delle istituzioni e della gente finisce però per essere pagato a caro prezzo.