Camorra, estorsioni a imprenditori: otto arresti nel Vesuviano

Gli indagati sono ritenuti affiliati a un clan di camorra

Richieste estorsive a imprenditori edili e a commercianti, spaccio di sostanze stupefacenti. Ma anche spari, numerosi, che hanno terrorizzato i residenti. C'è tutto questo dietro agli arresti effettuati questa mattina in provincia di Napoli dai carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna. I militari dell'Arma, diretti dal capitano Tommaso Angelone, hanno dato esecuzione a un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del tribunale di Napoli nei confronti di otto soggetti ritenuti affiliati a un clan di camorra attivo nella zona vesuviana compresa tra i comuni di Somma Vesuviana e Sant'Anastasia. In carcere sono finiti Eugenio D'Atri, Francesco Pellegrino, Domenico Giordano, Giovanni Somma, Francesco Iossa e Giuseppe Colurciello. Sono stati, invece, ristretti ai domiciliari Raffaele Panico e Giacomo Novelletti

Sulla base delle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, all'interno della consorteria si era create delle fazioni contrapposte, tra le quali erano maturati dissapori che hanno portato anche a scontri armati. Per gli investigatori sono D'Atri e Pellegrino sono i protagonistti del botta e risposta armato registrato a febbraio del 2015 a Somma Vesuviana, un episodio che viene ricondotto a tensioni interne al clan: prima, delle pistolettate dirette a D'Atri avevano squarciato la tranquillità di via Pigna, per fortuna senza ferire nessuno, poi sarebbe arrivata la risposta in un'altra zona della città, nel parco Fiordaliso, dove contro la casa dei suoceri di D'Atri furono sparati ben 30 colpi con un'arma da fuoco. D'Atri è considerato al vertice del gruppo malavitoso dei Cuccaro a Somma Vesuviana. Era già in carcere per l'uccisione, avvenuta nel vicino comune di Saviano nel febbraio del 2016, di Francesco Tafuro e Domenico Liguori, titolari di un centro scommesse.

Le intercettezioni telefoniche e ambientali hanno poi permesso di scoprire altre sparatorie verificatesi sul territorio. Tutti episodi di cui dovranno rispondere ora gli indagati, ritenuti responsabili, a vario titolo, di estorsioni, spaccio di stupefacenti e detenzione e porto di armi aggravati dal “metodo mafioso” e dalla volontà di agevolare sodalizi camorristici. Sono stati arrestati nelle ultime ore nell'ambito di un'operazione che è stata definita 'rabbit', dal nome dal fucile a canne mozze - recuperato e sequestrato dai carabinieri - che gli indagati avevano nella disponibilità per indimidire e rispondere col fuoco agli avversari. Nei video immortalati dalle telecamere nascoste piazzate dai carabinieri lo chiamavano 'il coniglio'.