Nelle celle Isis mentre Sirte scaccia il Califfo

Il sibilo, troppo vicino, del proiettile di un cecchino dello Stato islamico fende l'aria. In prima linea è il soffio della morte. Poco dopo una cannonata parte verso le postazioni delle bandiere nere, che ancora non mollano nel quartiere 1 e 3 di Sirte. Un boato pazzesco, che ci fa scappare a tutta velocità per uscire dalla linea di tiro. Lo stradone a due corsie è deserto con i pali dell'illuminazione abbattuti dalle granate, come birilli.

Di intatto sono rimaste solo tre gigantesche bandiere nere disegnate come murales, quando Sirte (...)

(...) era la roccaforte del Califfato in Libia.

Salem Ismir, giovane comandante della katiba «Martiri di Sirte» ci scorta verso la centrale della polizia segreta fin dai tempi del colonnello Gheddafi. Lo Stato islamico continuava ad utilizzarla come luogo di detenzione e di interrogatori. L'avanzata delle forze libiche, che circondano i seguaci del Califfo, ha incenerito l'ingresso, ma la prigione sotterranea è rimasta intatta. Un corridoio spettrale e semibuio ti fa capire che doveva essere un girone infernale. Una decina di celle divise sui due lati, hanno le porte di ferro nere spalancate. Non è chiaro che fine abbiano fatto i prigionieri. Sicuramente, se sono sopravvissuti, vivevano in condizioni pietose. Buttati a terra su dei pagliericci con una ciotola per mangiare e probabilmente lavarsi. Nelle celle anguste erano rinchiusi anche due o tre detenuti. L'aria ed un po' di luce filtrano da una finestrella con le inferriate a livello del terreno.

Le pareti bianche delle celle raccontano il dramma dei prigionieri dello Stato islamico attraverso disegni e scritte incisi nell'intonaco. Un detenuto senza nome invocava la mamma. Un libico si professava «musulmano» sostenendo di non sapere «perché mi hanno imprigionato». Tutto in arabo, a parte una strana scritta, «German» in caratteri anglosassoni.

La centrale della polizia segreta ai tempi di Gheddafi riutilizzata dalle bandiere nere è stata presa d'assalto e ridotta ad un colabrodo dalla battaglia. I combattenti libici hanno tagliato a fettine con una baionetta il poster verticale all'ingresso, che inneggiava allo Stato islamico con tanto di foto delle colonne vittoriose del Califfo.

Appena usciti dalla prigione sotterranea un fruscio nell'aria segnala il colpo di mortaio che passa sopra le nostre teste per andarsi a schiantare sull'ultima ridotta delle bandiere nere. Nessuno sembra farci caso, dopo mesi di dura battaglia per liberare Sirte.

Case e negozi sono tutti sventrati ed abbandonati. La parte liberata della città, dove non c'è anima viva, a parte i combattenti anti Isis, è spettrale. Neppure le moschee sono state risparmiate dalla furia dello scontro. Un minareto sta in piedi per miracolo sfondato da una cannonata.

Nel quartiere Abu Faraa, conquistato la scorsa settimana, sorge la centrale di polizia ed amministrativa El Hesba bucherellata come un groviera dai combattimenti. All'interno la sontuosa sala d'aspetto con poltroncine in pelle è quasi intatta. Il pavimento è ricoperto di documenti di tutti i generi in arabo. Da una stanza trasborda una massa di burqa neri, ben confezionati. Su una lavagna è rimasto il disegno di un corpo femminile con le precise indicazioni del Califfo sulle parti che vanno assolutamente coperte. In pratica restano liberi solo gli occhi. In un altro ufficio mezzo devastato venivano distribuite medicine secondo draconiane regole islamiche.

I combattenti di Misurata hanno trovato grandi contenitori di plastica zeppi di banconote e oro. La polizia del Califfo sequestrava monili, gioielli, bracciali, catenine a 24 carati a chi non rispettava le regole dello Stato islamico.

Ad El Hesba pochi notano uno slogan sulla parete, che dimostra ancora una volta come Sirte fosse considerata dai seguaci del Califfo un trampolino di lancio verso l'Italia.

«Lo Stato islamico è qui e si espanderà - hanno scritto i volontari della guerra santa -. Con l'aiuto di Allah, nonostante gli infedeli, conquisteremo Roma».

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