«Non chiamatemi mai più assassino»

L'urlo di Raffaele Sollecito: «Basta, la mia famiglia è stata fatta a pezzi». Appello a Guede: ora parli

«La mia famiglia fatta a pezzi e nel cuore una ferita che non si rimarginerà mai». È il giorno del riscatto per Raffaele Sollecito, dopo una via crucis durata sette anni e cinque mesi. Ieri ha varcato la soglia del Centro Congressi Cavour di Roma, scortato dal padre Francesco, dalla sorella e dagli avvocati Giulia Bongiorno, Luca Maori e Francesco Mastro, non per parlare di questioni processuali, ma per esprimere il suo stato d'animo a tre giorni dalla decisione della Cassazione che lo ha assolto definitivamente, insieme ad Amanda Knox, per la morte di Meredith Kercher.

«Sono stato additato come assassino senza uno straccio di prova - ha detto - e non dimentico che nelle carte processuali ho trovato offese gravissime nei confronti dei miei familiari. Ancora oggi mi chiedo il perché di tanto odio. Ma non lo accetto più e mi tutelerò nelle sedi opportune se ce ne fosse bisogno». In queste ore ha rotto anche il muro di silenzio innalzato un anno fa con l'ex fidanzata americana. «Con Amanda ci siamo parlati al telefono per qualche minuto - ha sottolinato -. È stato bello sentirla anche se per la maggior parte della telefonata abbiamo pianto. Non ho in programma di vederla, non so se accadrà, ho un'altra relazione. Il rapporto con lei è rimasto solo di amicizia». Raffaele chiarisce che la decisione della Cassazione era l'unica possibile, perché i fatti oggettivi erano chiari già a pochi mesi dall'arresto. «Mi sento come un sequestrato tornato alla libertà - ha raccontato -. Tra i momenti peggiori quello dell'arresto. Ora potrò vivere come un ragazzo della mia età». Vuole solo dimenticare e ricordi e sensazioni verranno raccolte nel libro che intende scrivere. «Ringrazio i giudici che mi hanno risarcito di tante sofferenze - ha aggiunto -. Mi dispiace che la famiglia Kercher sia delusa. Io non ho nulla a che fare con il delitto. Meredith la conoscevo pochissimo, non avevo motivi per avere astio e rendermi partecipe di un delitto orribile».

I suoi legali valuteranno la possibilità di chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione, ma per ora nessuna iniziativa per responsabilità civile verso i giudici. Spesso sono proprio loro a finire sul patibolo, come accadde a Claudio Pratillo Hellmann, presidente nel 2011 della Corte d'Appello che assolse Amanda e Raffaele. «Ora sono felice - dice l'ex giudice -. Per tre anni e mezzo ho sofferto per la sorte di due ragazzi che ritenevo innocenti. Allora la nostra decisione fu accolta con sdegno e sei mesi dopo scelsi di andare in pensione. Quello che mi colpì di più del linciaggio diffamatorio fu la reazione dei colleghi magistrati: quasi tutti mi tolsero il saluto. Ero in predicato per la presidenza del Tribunale e la carica venne assegnata ad un altro, sicuramente degnissimo, ma qualche sospetto che fosse una ritorsione mi venne».

Ora che i riflettori si spengono sui due ex fidanzati, tutti gli occhi sono su Rudy Guede. L'ivoriano è ormai l'unico in carcere per l'omicidio di Meredith. Nel 2009 è stato condannato a 16 anni per omicidio in concorso, con rito abbreviato, inchiodato da un'impronta di sangue sul cuscino della camera della vittima e il suo dna è stato associato alla violenza sessuale subita dalla studentessa. «Il delitto è avvenuto ad opera di un soggetto che è stato condannato - ha detto l'avvocato Maori -. Guede deve far sapere quello che è successo alla famiglia di Meredith». «Deve parlare - ha aggiunto Francesco Sollecito - non ha motivi di tacere e continuare a negare».