Quel numero 10 dimenticato simbolo di un'Italia mediocre

Stasera azzurri contro la Spagna per il primo dei due test verità. Fermo Verratti, nessuno ha scelto di indossare il numero della classe

C'è una maglia azzurra, stinta, nuda e senza volto che si aggira per l'Italia. Sulle spalle c'è il numero 10. È un fantasma, un simbolo senza più carne, una crepa, forse una sconfitta. È in fondo l'autobiografia della nazione. Non c'è il dieci? Pazienza. Antonio Conte non si metterà certo a bestemmiare. Non è una sua scelta. È che per mettere quel numero caro ai pitagorici, il sacro dieci che ha in sé la chiave di tutte le cose, ci vogliono le palle. Il 10 quando è 10 e capitano porterà sempre il volto scolpito di Valentino Mazzola, che solo arrotolandosi le maniche gridava al mondo che stava per cominciare il quarto d'ora granata. Il 10 ti porta in corridoi invisibili, nei luoghi delle apparizioni e della sorpresa. La maglia era lì, bella come sempre, con quel numero dal peso specifico enorme, pesante, come se fosse rimasta sempre di lana, che quando piove ti schiaccia le spalle e ti spezza il respiro, ma quando brilla è fatta della stessa sostanza dei sogni. Era lì, ma nessuno l'ha presa. Nessuno dei 27.

Naturalmente non Buffon, che per diritto divino ha il carisma dell'uno. Non l'oriundo e debuttante Jorginho con il 14 caro a Cruyff e Tardelli, non l'altro oriundo Eder, finto nove che non ha paura di marchiarsi con il 17. Nessuno di quelli che potrebbero sfiorare il dieci. Non Insigne, perché per lui il dieci è soprattutto Maradona. Ed è davvero troppo. Non El Shaarawy che ha scelto il 22. Non Bernardeschi che a Firenze ha avuto il coraggio di farsi scivolare sulle spalle la fedeltà eterna di Antognoni. Il 10 è rimasto lì perché gli ultimi a portarlo sono assenti o non convocati. Non c'è Cassano, non c'è il mediano De Rossi, non c'è Giovinco e neppure Verratti. Ma tutte queste sono solo contingenze. La verità è un'altra. Questa maglia, adesso, in questo tempo, non può avere corpo. Non ce la possiamo permettere. Ed è una scelta, non una fatalità o una sfiga.È la vittoria di chi quel 10 non l'ha mai amato. Quel 10 che a leggerlo è troppo simile all'Io, divergente, individualista, controcorrente, spocchioso, con l'arroganza del talento che attira sempre troppa luce.

La scomparsa del 10 è l'atto finale di una battaglia culturale. È quella voglia di rendere gli italiani quadrati, razionali, compatti, quasi come i tedeschi e non sempre in cerca di un miracolo o di un colpo di magia. Senza sapere che i tedeschi in questo ci hanno sempre invidiato. È quella voglia di azzerare tutte le anomalie, perché non sai dove metterle, per non creare invidie, perché alla fine dobbiamo assomigliarci tutti, perché il 10 se non lo catechizzi finisce che ti rompe lo schema. Il 10 è un inghippo verso la perfezione. E poi, guardiamoci in faccia, mica siamo brasiliani o argentini, qui da noi il 10 è stato sempre e soprattutto un problema. È il dieci matto del primo dieci in maglia azzurra. La prima volta che quel numero compare, scritto e non solo immaginato, sulle maglie della nazionale è ai mondiali svizzeri del '54. E il Grande Torino era già leggenda. A vestirlo è Gino Cappello, fuoriclasse splendido finito dentro un Bologna mediocre, uno da cassanate, il primo grande talento sprecato del calcio italiano, radiato e poi perdonato per aver preso a cazzotti un arbitro. È con lui che comincia il tormento e l'estasi di questa maglia. Non puoi averne più di uno, di dieci. Se abbondano ti viene il mal di testa. Quando Dio ce ne ha regalati troppi si sta lì a pensare come farli fuori. Come fai a far giocare insieme Baggio, Zola e Mancini? O Totti e Del Piero? Siamo stati perfino fortunati, perché per non sprecare Pirlo lo abbiamo camuffato, e grazie a Mazzone e Ancelotti è nata questa pura anomalia del calcio di un dieci mascherato da quattro, di un fantasista con l'orizzonte del mediano.

Ma adesso non c'è spazio neppure per lui. Il 10 è un'allergia e serve l'allegria del futbòl brasilero per piazzarne una manciata come fece Joao Saldanha al mondiale messicano del '70: Tostão, Gérson, Jairzinho, Rivelino e naturalmente Pelé. L'Italia di Valcareggi in quella finale lasciò in panchina per ottantaquattro minuti Gianni Rivera, perché come fai a farlo giocare con un regista classico come De Sisti, una mezzala come Mazzola, un'ala alla Domenghini, e due cannoni mancini come Riva e Bonimba? È la stessa Italia che non sapeva davvero come convocare un altro dei tanti dieci mascherati, ossia quel signore con la pancetta da ragioniere che andava a spasso con il numero 11 disegnando poesia con il più mancino dei tiri. Si chiamava Mariolino Corso e a dispetto della maglia sbagliata è stato, con il Cabezon Sivori, il più anarchico e indolente dei dieci.Vittorio Macioce