Sogni, segreti e manie di Greg, il ragazzo d'oro

Gregorio re dei suoi 1500 con Detti bronzo. "Come Lewis che dice: io sono io e vincerò"

Luccica, Gregorio. Da ventuno anni, quasi ventidue. Splende, Gregorio. Da quando è nato figlio unico di Luca e Lorena e se i figli sono specchio dei genitori, allora ha grandi genitori il campione olimpico dei 1500 stile. Brilla, Gregorio. Per gli amici della compagnia di Carpi che ne sentono la mancanza tanto quanto lui di loro e della famiglia e della sua fidanzata Letizia che «mi rasserena, mi dà forza e che aiuta negli ospedali e fa medicina e prende tutti trenta e nello studio e nella passione lei è campionessa come me nel nuoto».

Illumina, Gregorio. Tutte le volte che sorride, tutte le volte che parla, tutte le volte che racconta con umiltà e fierezza i propri sacrifici. Abbaglia, Gregorio. Quando dice «adoro la fatica perché è attraverso di essa che capisco di aver fatto bene le cose e sento di essere a posto con me stesso». È da quando è nato che questo ragazzo è d'oro. Anche se l'Italia l'ha scoperto solo e veramente l'altra notte.

Gregorio Paltrinieri è la forza dolce che umilia gli avversari senza offenderli. Gregorio è il talmente forte che vorremmo tutti essere ben sapendo che al posto suo potremmo farci prendere dal successo e lasciarci andare e diventare sgradevoli, presuntosi, arroganti e talmente stronzi. Invece lui mai. Lui «per favore, mi prepari un sacchetto di frutta, il solito, che me lo porto in camera». Invece lui, «per cortesia, stasera vado a cena con la mia fidanzata, ti va se parliamo domani mattina?». A Ostia, nel centro federale dove dal 2011 Greg e Gabriele Detti si allenano e crescono come atleti e uomini, il ragazzo simbolo dell'olimpiade italiana è il figlio di tutti. Dell'allenatore, Stefano Morini, che «io questo ragazzo l'adoro, è sempre attento, non protesta mai, fa tutto quel che gli chiedo e, credetemi, gli chiedo davvero tanto... E lui? Lui un giorno mi ha solo chiesto posso ogni tanto tornare a casa dai miei?... Ogni tanto, per favore...».

Lui e Gabriele. Sono così. Fotocopie di bravi ragazzi che andrebbero distribuite su tutti i banchi di scuola per insegnare ai nostri figli «ecco come dovete e dovrete essere». Bravi nello studio, entrambi diplomati al liceo scientifico, Gregorio iscritto all'Università. Sembra una favola, ma santo cielo proprio non lo è. Tutto vero. Tutto certificato. Difficile scindere Greg e Gabry Detti. Anche nella magica notte di Rio, erano lì, oro e bronzo. Insieme. «Perché insieme abbiamo lasciato casa, amici, comodità per allenarci a Ostia. Insieme arriviamo distrutti già a mezza giornata perché tra la palestra e gli otto chilometri di nuoto al mattino e otto al pomeriggio, ci sono giorni in cui io neppure riesco a tirarmi su per uscire dalla piscina».

Gregorio luccica oro e fatica. A Ostia abbiamo parlato a lungo, forse troppo, Morini ad un certo punto è passato e ha detto «lasciamelo andare a riposare...». Erano le due del pomeriggio. Alle 6 avrebbe ripreso. Siamo tornati insieme a piedi al centro, trecento metri, ma parlando di sogni e passioni, Greg adora la F1, ci siamo persi, allungando di duecento metri.

L'oro di Gregorio è una piccola stanza, la numero 54. I suoi libri thriller. E quel soffitto pieno di pensieri che questo ragazzo, ogni pomeriggio quando prende fiato, ogni sera quando si corica, trasforma in una cupola da affrescare. «Pretendo tantissimo da me, sono sempre stato così, mi sembra di non essere mai sazio, vorrei sempre di più. Riesco a trovare imperfezioni anche quando le cose vanno bene... Potevo fare meglio la gara, potevo rendere di più, potevo ottimizzare. Davvero, io mi incazzo se non va come mi sono prefissato». Nella cupola della sua camera ci sono obiettivi, ci sono paure, ci sono consapevolezze che vede solo lui perché «mi prendo tante responsabilità, perché poi in acqua ci sono io, perché visualizzo sempre tutto, e anche la gara olimpica l'ho affrontata come se l'avessi già vissuta mille volte». L'affresco di Gregorio è sempre preciso, crudele nei dettagli. «Sono maniacale, ci penso in continuazione, voglio trovare una via di uscita a tutto, ci passo ore, magari a letto, alla sera, prima di addormentarmi. Mando a mente tutte le eventualità: se mi trovo davanti di cento metri cosa faccio? E se sono dietro a 50 dalla fine come mi comporto? Penso così tanto che poi mi sembra di aver già gareggiato. Voglio tenermi aperte tutte le strade». L'altra notte ne aveva due. La medaglia d'oro. E il record del mondo (14'31''02). Ha scelto la prima. Ai 1150 metri era sotto di un secondo e sessanta, poi ha chiuso sopra di 3'' e 55. «Sono crollato all'ultimo. Ma che importa. Qui contava vincere. Il primato alla prossima». Esattamente come dipinto con i pensieri sulla cupola della stanza numero 54.

I segreti del ragazzo d'oro d'Italia sono questi. Sono fatica. Impegno. Rispetto. Programmazione. Vision. E uno sportivo che non ti aspetti da lui appassionato com'è di basket. Un pilota. Lewis Hamilton. Il tre volte campione del mondo di F1, probabilmente a fine anno quattro. Greg parla di Lewis e tratteggia se stesso, quello che già è, quello che sarà. «Sento di affrontare le competizioni in un modo simile al suo. Lewis mi gasa. Un po' mi rispecchio in lui... È il tipo di sportivo che voglio essere perché in gara è una bestia. Un campione è tale se, quando deve vincere, vince nonostante pressioni, stress e tutto il peso del mondo addosso. Un campione è tale se dà l'idea di combattere sempre, di non demoralizzarsi mai. Un campione è consapevole di essere il più forte e non si fa trarre in inganno dagli altri. Un campione perde cinque gare e però dice va bene ma io sono io, non vi preoccupate... Hamilton è così. E io è quella cosa lì che sto cercando di portare a me. Voglio essere così consapevole di me stesso da sapere sempre che posso farcela e che sono più forte degli altri».

Perché un campione dice «fidatevi di me, so che cosa fare ma adesso lasciatemi tranquillo». Non l'ha detto Hamilton, l'ha detto Greg. Prima di tuffarsi.