Il papà di Marco Rizzetto: riesumate nostro figlio, vogliamo la verità

La famiglia del 23enne morto in un incidente due anni fa a Portogruaro fanno un appello al giudice: “Nostro figlio poteva essere salvato. Non archivi il procedimento sull’omissione di soccorso”

Dalla morte di Marco Rizzetto sono passati oltre due anni. La storia dell’incidente che l’ha ucciso il 2 maggio 2014 è un’intricata catena di mancanza di pietà e omissioni impunite. Ma i genitori del 23enne di Portogruaro, vicino a Venezia, non rinunciano a lottare e fanno un appello al giudice che potrebbe perseguire la verità su cosa è successo davvero a Marco: “Si metta una mano sulla coscienza – chiedono –, non archivi il procedimento di omissione di soccorso nei confronti di chi ha lasciato morire come un cane nostro figlio. Gli renda giustizia”. Anche Papa Francesco qualche mese fa ha risposto con una lettera al dolore della famiglia Rizzetto.La convinzione dei genitori di Marco è che il ragazzo potesse essere salvato e che nessuna delle persone coinvolte nell’incidente abbia pensato alla sua vita, ma solo ai propri interessi. In particolare a tenere nascosta una tresca amorosa. I fatti. Dopo il lavoro Marco va in un’area industriale per provare l’auto che gli dà problemi. Viene speronato da un’altra auto che procede a forte velocità e non rispetta lo stop. Rimane esanime. Sono le 21.30-21.45. La donna che ha causato lo scontro, Rosanna Tabino, 45enne di Ronchis, vicino a Udine, ha una caviglia rotta. Dichiara di aver voluto fuggire da qualcuno che la inseguiva, sostiene di essere stata sola. Verrà fuori che invece con lei c’era l’amante, Daniele Colautto, 55enne ex consigliere comunale sempre a Ronchis. Quest’ultimo è illeso, lascia la donna e scappa a piedi, poi chiamerà un amico che passerà a prenderlo. Nessuno dei due amanti si preoccupa del ragazzo nell’altra macchina. La Tabino si decide a chiamare un’amica medico, Angela Scibetta, che finalmente allerterà il 118. Sul posto la dottoressa soccorrerà la 45enne e si limiterà a “chiamare a gran voce” l’occupante della macchina che sta a una decina di metri. L’ambulanza arriva alle 23.05, a circa un’ora e mezzo dall’incidente, e il medico che interviene constata il decesso di Marco “presumibilmente sul colpo”. Questa presunzione sta per evitare a Colautto di rispondere di omissione di soccorso nei confronti del ragazzo: “Davvero una fortuna per lui che nostro figlio non sia sopravvissuto…”, commenta con amarezza Giorgio Rizzetto. A Colautto è contestata solo l’omissione nei confronti dell’ex amante, il processo è in corso. La Tabino invece ha patteggiato 21 mesi – senza aver scontato un giorno di carcere – per omicidio colposo. I Rizzetto hanno anche denunciato la Scibetta sempre per omissione. Il pm di Pordenone ha accolto la tesi della morte sul colpo e non ha disposto l’autopsia. “Ha dato il nulla osta per i funerali prima ancora di cominciare gli interrogatori”, spiega il papà di Marco, la cui famiglia si è affidata nella sua battaglia allo Studio 3A, specializzato nell’accertamento delle responsabilità civili e penali a tutela dei diritti dei cittadini. C’è già stata una prima richiesta di archiviazione dell’inchiesta a carico di Colautto, cui i Rizzetto si sono opposti. Sulla seconda richiesta analoga il giudice Piera Minotto deciderà il 12 luglio. Il dubbio insopportabile per i genitori di Marco è che il ragazzo non sia morto subito: avrebbe agonizzato dai 30 ai 60 minuti, secondo il loro consulente. Se qualcuno dei presenti si fosse occupato di lui, forse si sarebbe salvato. È su come e quando il giovane sia deceduto che la famiglia vuole fare piena luce.“Non c’è alcuna prova della morte sul colpo di Marco – sottolinea Rizzetto –, sul quale non è stata disposta alcuna autopsia, una delle tante lacune delle indagini, così come quella di non aver verificato i tabulati telefonici del marito della Tabino (che poteva essere l’inseguitore della coppia di amanti, ndr).

Ma poi perché arrovellarsi tanto su questo aspetto. Il reato Colautto l'ha commesso nel momento stesso in cui è fuggito non preoccupandosi minimamente di controllare le condizioni di chi c’era nell’altra vettura, che distava non più di dieci metri: lui non lo poteva sapere se mio figlio era morto o meno, la sua colpa c’è tutta nel momento in cui è scappato. La dottoressa Scibetta dal canto suo, chiamata sul luogo dell’incidente dalla sua amica e guidatrice dell’auto che ha provocato il disastro, si limita a chiamare a voce alta e a distanza gli occupanti della macchina investita senza soccorrere nessuno, non sapendo spiegare al 118 nemmeno se ci siano una o più persone a bordo e in che condizioni siano. Eppure, un medico ha l’obbligo di assistere e di soccorrere i feriti. E inoltre, nel caso, avrebbe potuto certificare la morte. L’omissione di soccorso per questa dottoressa doveva scattare d’ufficio da parte del pm. Questi personaggi dovrebbero essere condannati solo perché hanno abbandonato una persona moribonda in un’auto incidentata, mettendo in atto una serie di depistaggi per salvare loro e l’investitrice: Marco non era incastrato all’interno, si poteva intervenire aprendo la portiera destra. Poteva benissimo avere perso i sensi o essere impossibilitato a parlare. Il dubbio atroce che nostro figlio si sarebbe potuto salvare, se si fossero chiamati tempestivamente i soccorsi, è per noi un costante tormento. Chiediamo tra l’altro la riesumazione della salma per una Tac o una risonanza magnetica total body – conclude il padre della vittima –. Una decisione per noi molto sofferta ma che abbiamo preso nella speranza di capire se mio figlio, come crediamo e temiamo, sia stato lasciato morire e di vedere condannato alla giusta pena chi si è macchiato di questo misfatto. Nulla ci restituirà nostro figlio, ma sarà per noi un motivo di consolazione sapere di avergli quanto meno reso giustizia. Non può passare il concetto che una persona possa essere abbandonata e lasciata morire, tanto poi la si passa liscia”.