Il Pd "diverso" e la maionese delle banalità

Il discorso di Zingaretti

È stato, quello dell'intronamento di Nicola Zingaretti alla testa del Pd, uno dei discorsi più sciatti e arronzati della storia del Pd. Per non parlare di quella del Pci, Pds, Ulivo, Ds e derivati.

Ma chi sono i padri fondatori riconosciuti del nuovo Pantheon del neo segretario? I lettori ricorderanno quelli che ne hanno l'età che ai tempi del comunismo si inalberavano le gigantografie di Marx, Lenin, un po' anche di Stalin e nella preistoria persino di Mao Zedong. E naturalmente quella di Antonio Gramsci. Un tempo, non tanto lontano, si scandiva lo slogan «Viva-Gramsci-TogliattiLongo e Berlinguer», ma ieri di tutte le vecchie icone era rimasta soltanto quella di Gramsci. Zingaretti ha battezzato due new entry: quella nobile ma del tutto abusiva di Aldo Moro, visto che càpita giusto l'anniversario della strage di via Fani; e quella della sventurata ragazzina svedese Greta, una sedicenne mascherata da Pippi Calzelunghe accessoriata con treccine d'ordinanza, già premio Nobel nominata dall'internazionale del fondo sovrano norvegese. È stato di sicuro il momento più basso, quello dell'evocazione di questo mostriciattolo prefabbricato e politicamente corretto. Un'ulteriore overdose di banalità fra tutte le altre perentoriamente scandite come se fossero temerarie parole d'ordine.

In realtà le parole d'ordine sono state quelle del lessico più melenso e prevedibile. Abbiamo appreso che tutto deve essere «diverso», ma non si dice diverso da cosa né in quale direzione dovrebbe avvenire la metamorfosi. Ovviamente il partito si farà dialogante e come ti sbagli «inclusivo» come può essere inclusiva la maionese quando sta per impazzire. Ma quella parola tremenda inclusività è costata carissima al Pd di Renzi, considerato colpevole di non aver saputo governare, salvo la meteora di Minniti, l'inclusione-invasione dei migranti, alla quale il suo elettorato non era per nulla consenziente. Non una parola, dunque, sulle responsabilità del Pd per aver creato lo smottamento da cui deriva il governo gialloverde, ma soltanto fulminanti fatuità più quaresimali che autocritiche.

Quanto al povero Aldo Moro, che fu osteggiato e oltraggiato in vita dal Partito comunista come un nemico, abbiamo assistito al solito scippo santificante: quel genere di appropriazione indebita cui la sinistra italiana ci ha abituati da tempo, secondo la vecchia strategia quella sì veterocomunista - di colpirli finché sono vivi e assumerli nel proprio cielo quando sono morti, martiri, come è accaduto anche al giudice Falcone, messo al bando dal Pci mentre era vivo e assunto in cielo da morto.

Per riprodurre il solito effetto popolare e populista già inaugurato da Renzi ad imitazione dei politici americani, il discorso del nuovo segretario è stato pronunciato senza giacca: un'uniforme che dovrebbe indicare concretezza, assenza di formalità e maggiore vicinanza con il popolo che, nell'immaginario collettivo e individuale dei democratici, deve considerare le giacche come una espressione della peggiore malvagità. La giacca per fortuna Zingaretti se l'è messa quando è andato a rendere omaggio alle vittime dell'insurrezione popolare romana antitedesca di Porta San Paolo, ma se ne è esentato quando ha voluto citare Macron alle prese con la devastazione dei gilet gialli e Tsipras, del tutto scomparso perché riassorbito nel sistema.

Naturalmente, e come ti sbagli, lo zingaro (nel senso del vagabondo senza meta) Zingaretti ha manifestato più antipatia per Salvini che per Di Maio, tanto per darsi una regolata. La piccola folla dell'Ergife batteva le mani con antica disciplina.