Roma, sequestrati beni a uno dei capi della banda della Magliana

Le forze dell'ordine hanno bloccato una casa e una attività di mediazione. Abitazioni intestate a un prestanome erano già state scoperte in passato

In casa aveva quadri di Mario Schifano, Giacomo Balla, Sante Monachesi. Ma del tesoro della banda era rimasto “poco”: una società immobiliare con relativi prestanome a Porto Rotondo, in Sardegna, e un appartamento di lusso.

Davvero poco in confronto ai 26 milioni di euro già sequestrati dalla Guardia di Finanza assieme ai carabinieri del Ros a Ernesto Diotallevi, 70 anni, uno dei boss della spietata banda criminale che ha insanguinato la capitale (e non solo) per oltre vent’anni, facendo affari a nove zeri con faccendieri, imprenditori senza scrupoli, “cravattari”.

Come Domenico Balducci, detto Memmo “il cravattaro” per la sua attività principale nel cuore di Roma: l’usura. “Qui si vendono soldi” l’inquietante cartello che spadroneggiava nella vetrina del suo negozio a Campo de’ Fiori. Ernesto Diotallevi da facchino ai mercati generali (siamo ai primi anni ’70) si fa le ossa nel campo dell’edilizia. Nel ’69 il primo arresto per uno scippo. In carcere conosce boss del calibro di Danilo Abbruciati, il “camaleonte”. Gli affari negli anni gli vanno a gonfie vele nonostante gli arresti, le defezioni e i pentimenti della storica “banda”, come dimostrano le società intestate a lui, ai suoi famigliari e a decine di prestanome tanto da accumulare un vero e proprio tesoro.

In questi anni Diotallevi viene coinvolto nei mille misteri d’Italia come il “suicidio” del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi (da cui ne esce completamente pulito). Nella sua vita privata spicca l’amicizia fraterna con Pippo Calò, il braccio armato di Cosa nostra nella capitale. Calò, tra l’altro, è il padrino al battesimo di suo figlio Mario.

Nel giugno del 2007 Diotallevi viene assolto definitivamente dall’accusa di concorso in omicidio di Calvi, con “tante scuse da parte dei magistrati”. Eppure i legami con il crack dell’Ambrosiano c’erano tutti. Il suo numero di telefono viene trovato su una scatola di cerini recuperata fra i vestiti di Danilo Abbruciati, il killer dei “testaccini” arrivato in via Oldofredi, a Milano, il 27 aprile del 1982 per un’esecuzione eccellente, quella di Roberto Rosone. Il vicepresidente dello stesso Ambrosiano, però, scampa miracolosamente all’attentato e Abbruciati viene ucciso da una guardia giurata. È sempre Diotallevi a consegnare a Calvi il falso passaporto intestato a Gianroberto Calvini con cui il finanziere arriverà a Londra nella sua ultima disperata fuga.

Secondo i pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone, con il faccendiere Flavio Carboni (accusato di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Mino Pecorelli), con l’ex cassiere della mafia Pippo Calò e altri, "avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso - si legge nel capo di imputazione - denominate Cosa nostra e Camorra, cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle predette organizzazioni; conseguire l’impunità, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all’impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della Massoneria, della Loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro”.

Diotallevi, secondo gli accertamenti patrimoniali, sarebbe stato “a capo di una complessa e insidiosa realtà criminale - si legge sulla prima ordinanza di sequestro - la cui manifesta pericolosità è cristallizzata negli atti processuali di numerose inchieste giudiziarie, alcune di grande rilievo, i cui frutti, in termini di proventi illecitamente accumulati, si trovano nel libero godimento da parte del medesimo che ne ha direttamente o indirettamente la disponibilità”.

Gli inquirenti sottolineano il fatto che Diotallevi è considerato uno dei capi storici della famigerata “Banda della Magliana” (…) giunta, nel corso del tempo, a disporre di un tale grado di potenza offensiva da permettersi di spadroneggiare nel territorio della capitale e del Lazio controllandone la totalità delle più lucrose attività delinquenziali”.

Per gli investigatori Diotallevi avrebbe avuto credito nella ben più ampia e temibile sfera delle organizzazioni della mafia siciliana, conquistando la fiducia dei suoi esponenti di maggior rilievo, come attestato dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. È proprio sulla sua presunta appartenenza alla banda della Magliana che Diotallevi non ci sta e all’uscita di una delle tante udienze in Tribunale ai cronisti dice di non essere un boss della banda della Magliana. “Basta scrivere che trafficavo droga e facevo l’usuraio. Io odio gli usurai, i magnaccia e le spie” dice.

Nella fase finale delle indagini a Diotallevi è stato posto sotto sequestro il 100 per cento del capitale sociale e relative quote societarie della “Immobiliare del Molo s.r.l.” specializzata in “mediazione immobiliare” e un’unità abitativa nel villaggio Porto Rotondo. Secondo i finanzieri “Ernesto Diotallevi, uno dei leader storici della famigerata banda della Magliana (sic), consorteria nata e operante in Roma, giunta, nel corso del tempo, a disporre di un tale grado di potenza offensiva da permettersi di spadroneggiare nel territorio della capitale e del Lazio, vantava una particolare passione per le note località balneari della Sardegna”.

Nei mesi scorsi era stata sequestrata una villa da sogno nell’isola di Cavallo, in Corsica, una casa da 14 stanze in piazza Fontana di Trevi, a Roma, nove veicoli, tra auto e moto e 42 unità immobiliari sparse nel Belpaese.