A scuola i nuovi quiz (sognando l'America)

Ai nastri di partenza le novità nelle prove Invalsi, che misurano la preparazione degli studenti

«Una vergognosa scheda sugli alunni, che spinge a giudizi sommari e discriminatori su attitudini e personalità e attua una rilevazione di censo». Piero Bernocchi, combattivo leader dei Cobas scuola, sui test Invalsi non si è mai risparmiato. Del resto il giudizio di tutta l'ala più ideologica del sindacato è sempre stato unanime: le prove standardizzate a cui sono sottoposti gli alunni delle scuole italiane non sono altro che uno strumento di classe, utile a distinguere tra ricchi e poveri, tra istituti di serie A e istituti di serie B. Da qui la guerriglia dichiarata ogni 12 mesi: proteste, boicottaggi, scioperi. Tutto ha sempre fatto brodo pur di fermare, o almeno ostacolare, i tanto odiati quiz.

Eppure a dieci anni dalla loro introduzione, avvenuta con una legge dell'ottobre 2007, i test Invalsi hanno via via consolidato la loro presenza. Un po' alla volta le proteste sono andate scemando, i boicottaggi si sono rivelati sempre meno efficaci (un esempio: nel 2017 il tasso di partecipazione negli istituti primari si è attestato intorno al 98%). E l'anno scolastico che si sta aprendo, insieme al prossimo, segna delle novità importanti. Una piccola rivoluzione che potrebbe contribuire a smuovere il pesante corpaccione della scuola italiana.

ITALIA BUON'ULTIMA

Il principio dei test è semplice: affidare la valutazione della preparazione degli studenti a prove-tipo (domande chiuse con risposte a scelta multipla, domande aperte, esercizi matematici e linguistici) elaborate a livello nazionale o addirittura internazionale, con punteggi e metodi di valutazione standard. Negli Stati Uniti, il paese che è stato precursore in questo campo, le prove Sat (Scholastic aptitude test) risalgono addirittura agli Anni venti del secolo scorso (vedi anche il box in questa pagina). E l'ammissione a una qualsiasi università dipende dal punteggio riportato in questo tipo di prova: più l'università è prestigiosa, più il punteggio richiesto si alza. In Europa i quiz scolastici sono molto recenti rispetto al caso americano: i primi esempi sono degli Anni cinquanta e sessanta del '900 (tra i primi Paesi a introdurli Svezia e Gran Bretagna), mentre il boom nel loro utilizzo risale agli anni Novanta. L'Italia è stata tra gli ultimi a muoversi e oggi a non prevedere test standardizzati nei curriculum degli alunni è praticamente solo la Grecia. Nel vecchio Continente accanto alla misurazione delle performance individuali, tipica dell'esperienza americana, è andata prevalendo un'altra funzione: quella di verifica degli standard di preparazione medi, come verifica dell'omogeneità di livello di insegnamento impartito negli istituti a finanziamento pubblico.

Quanto all'Italia la marcia delle prove Invalsi ha incontrato resistenze di due tipi. Accanto a quella già citata, di tipo ideologico, ce n'è stata un'altra più strisciante, che potremmo definire corporativa. A nessuno, nel settore pubblico o nell'industria privata, piace essere giudicato, nemmeno indirettamente. Professori e presidi non fanno eccezione; e l'entusiasmo con cui hanno accolto l'introduzione ai test, che di fatto misurano la qualità del loro insegnamento, è stato in molti casi più che limitato. Anche per questo il cammino delle prove standardizzate si è rivelato più lento che in altri Paesi. Oggi sono sostenute solo in alcune classi: seconda e quinta elementare, terza media e seconda superiore. E fino ad ora ci si è limitati a due materie, italiano e matematica. A partire dall'anno scolastico che è al via in questi giorni ci sono però, come detto, delle novità. Alla scuola media le prove si svolgeranno entro il mese di aprile (alla primaria rimangono fissate per maggio). In terza media il test non farà più parte dell'esame di licenza, ma gli esiti saranno inseriti nel curriculum dello studente e il suo sostenimento diventa condizione necessaria per l'ammissione all'esame. La riforma ha l'obiettivo di venire incontro alle obiezioni di molti insegnanti che consideravano superaffollato di prove l'esame di terza media e allo stesso tempo di inserire stabilmente l'Invalsi nel curriculum degli alunni. Il test, tra l'altro, sarà potenziato: a fianco della prova di italiano e matematica verrà introdotta, in quinta primaria e terza media, una prova di lingua inglese in conformità con le regole d'insegnamento europee.

PAURA DEL NUOVO

«È un passo importante» spiega Anna Maria Ajello, presidente dell'istituto Invalsi, che per conto del ministero dell'Istruzione si occupa delle prove. «E ci rendiamo conto che nelle scuole la cosa ha suscitato anche preoccupazione. Ma così riusciremo a offrire un'indicazione del livello di preparazione dei figli anche alle famiglie che non possono permettersi una certificazione privata». In tutti i casi le prove saranno computerizzate, con tecniche destinate a ridurre gli aiutini che talvolta gli stessi docenti davano agli alunni, il cosiddetto «cheating».

Altre novità importanti sono fissate per il prossimo anno scolastico, quello 2018-2019. In questo caso la svolta sarà rappresentata dall'esordio dei test Invalsi all'ultimo anno di liceo: i test (italiano, matematica e inglese) si svolgeranno in primavera, saranno condizione necessaria per l'ammissione alla maturità e gli esiti entreranno nel curriculum dello studente. Potenzialmente potrebbe essere il primo passo verso una situazione di tipo americano, con un punteggio confrontabile nazionalmente che sintetizza il livello di preparazione degli allievi in uscita dal sistema scolastico e che potrebbe essere accettato dalle università in sostituzione, totale o parziale, degli attuali test d'ingresso. C'è chi spinge decisamente in questa direzione. Roger Abravanel, tra i più noti consulenti aziendali italiani, che ha studiato a lungo il mondo della scuola, propone di risolvere così l'ormai abituale contraddizione tra voti medi alla maturità e punteggi agli Invalsi. Il tema si ripropone praticamente uguale ogni dodici mesi, quando vengono pubblicate le statistiche sui giudizi riportati all'esame di Stato dell'ultimo anno di liceo e i punteggi Invalsi. Di solito, proprio le Regioni in cui gli Invalsi sono più bassi (per esempio Sicilia e Puglia, vedi anche le tabelle pubblicate in queste pagine) sono quelle in cui i voti alla maturità sono più alti. L'accusa è che in alcune zone l'atteggiamento delle commissioni di esame sia più lassista che in altre e la cosa ha delle ripercussioni concrete per quanto riguarda l'ammissione all'università offrendo un possibile vantaggio ad alcuni aspiranti rispetto ad altri. Per questo Abravanel ha proposto di utilizzare le prove Invalsi per eliminare i test di ingresso alle facoltà. Sembra però difficile che la cosa si faccia, almeno a breve. Per ragioni di tempo, tra l'altro, i test andrebbero fatti il penultimo anno delle superiori, contribuendo a svuotare l'importanza della quinta e il significato della maturità stessa.

VALORE AGGIUNTO

Per approfondire le ragioni del divario Nord-Sud che emerge dai test, negli ultimi anni le analisi statistiche si sono sofisticate. E si è scoperto che le Regioni con i risultati peggiori sono di solito anche quelle in cui è maggiore la variabilità tra classi anche dello stesso istituto. Maria De Paola, docente all'università della Calabria, sul sito Lavoce.info ha messo in discussione gli stessi criteri di formazione delle sezioni, che al Sud risponderebbero ancora a canoni tradizionali e non omogenei, con gli alunni più «bravi» concentrati solo in alcune classi, quelle di élite. Sempre l'Invalsi ha introdotto il cosiddetto «effetto scuola», e cioè il valore aggiunto offerto dall'insegnamento, valutando i risultati ottenuti in relazione alle condizioni socio-economiche e di preparazione iniziali. Ed è interessante notare, da questo punto di vista, che gli istituti con il maggior valore aggiunto sono quasi tutti del Sud.

«I test sono un formidabile strumento diagnostico», spiega Giorgio Allulli, ex dirigente di Censis e Isfol (l'attuale Inapp), nonché docente universitario. «I professori possono ricavarne informazioni utilissime per orientare la propria attività. Naturalmente tutto dipende dall'uso che la scuola è capace di farne». Anna Maria Ajello è d'accordo: «Anche con alcuni finanziamenti europei in regioni come la Puglia sono stati avviati dei progetti che hanno ottenuti buoni risultati. E in certi contesti a volte basta poco: basta, magari, tenere aperta la scuola di pomeriggio e farne un punto di riferimento per i ragazzi. Altro che strumenti di classe. Le prove sono fatte per migliorare la preparazione proprio di chi ha più difficoltà».