Scuola, il trucco della Giannini: rinvia i test e aggira lo sciopero

Spostate le prove Invalsi al 6 maggio per dribblare la protesta Anche il Pd la sfiducia. Orfini: «Chi dissente non è squadrista»

L a scuola ha dichiarato guerra a Matteo Renzi e non ci sono più margini di trattativa. O si fanno le assunzioni in tempo per avere i docenti in cattedra a settembre e si corregge la riforma o sarà impossibile ricomporre la rottura. Il premier ha capito che soffia aria di rivolta tra i banchi e cerca di correre ai ripari garantendo che «il disegno di legge sulla scuola può essere migliorato ancora». Il segnale più chiaro della preoccupazione che nutre anche il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, è lo spostamento delle prove Invalsi annunciato ieri. L'inizio dei test era stato fissato per il 5 maggio. Non a caso per dare ancora maggiore peso alla protesta proprio in quel giorno è stato proclamato lo sciopero generale della scuola. Con la rivolta che cova tra i banchi da mesi ci si aspetta una partecipazione altissima all'astensione dal lavoro e dunque con una nota ieri l'Istituto di valutazione ha informato le scuole di aver deciso di far slittare le prove di un giorno «per assicurare la significatività scientifica dei dati». Dunque test di lettura il 6 maggio e di matematica il 7.

Se i partecipanti fossero troppo pochi la validità dei test indubbiamente verrebbe inficiata. Questa decisione vista come un atto di guerra del governo non farà altro che alzare il tono dello scontro. La scelta viene letta come un attacco deliberato «al diritto al dissenso» e come «un gravissimo atto antisindacale». Senza contare, fanno notare i sindacati, che questa decisione inciderà sulla programmazione delle attività scolastiche che sarà inevitabilmente stravolta.

La Giannini già duramente contestata alla Festa dell'Unità vede salire ancora il suo indice di impopolarità dopo la decisione di far slittare i test e anche grazie all'accusa di squadrismo rivolta ai suoi contestatori. Ma l'aver definito squadristi i dissidenti isola ancor di più la Giannini anche rispetto alla maggioranza. Dal Pd, per bocca del suo presidente Matteo Orfini e del suo vicesegretario Lorenzo Guerini, le fanno notare che è «sbagliato bollare di squadrismo chi manifesta il proprio dissenso».

Ma che cosa chiede il mondo della scuola che scende in piazza il 5 maggio? Massimo Di Menna, segretario nazionale Uil scuola, sintetizza in tre punti: precariato, centralità del ruolo del docente e contratto. «Le assunzioni devono esser fatte per decreto entro una decina di giorni e deve essere rivisto il censimento degli assunti - afferma Di Menna - altrimenti ci troveremmo di fronte al licenziamento di tutti i precari che hanno più di tre anni di contratti a tempo determinato». No anche «ai super poteri del dirigente» in un disegno che colpisce «la libertà di insegnamento». Poi il contratto. «Gli obblighi di servizio degli insegnanti e le retribuzioni - puntualizza Di Menna - non possono essere decisi per legge ma devono essere oggetto di contrattazione. Renzi sbaglia a pensare di avere un problema soltanto con i sindacati perché questo governo ha offeso gli insegnanti e sono loro a ribellarsi».

Il timore che senza un decreto per le assunzioni il prossimo inizio di anno scolastico precipiti nel caos è del tutto fondato. Se non si accelerano i tempi i 100mila docenti verranno nominati soltanto formalmente dal 1 settembre ma non potranno essere in cattedra prima di dicembre. Un problema che investirebbe moltissime scuole vista la massiccia infornata e che costringerebbe gli istituti a coprire le cattedre con supplenti fino all'arrivo del titolare anche con doppia turnazione: prima i supplenti pescati dalle graduatorie d'istituto poi quelli dalle provinciali. Infine i titolari.

di Francesca Angeli

Roma