Se adesso la grande guerra è tra Stati e multinazionali

Google accusato di pratiche anticoncorrenziali. Ma è solo l'ultimo capitolo della guerra tra i governi e le multinazionali grandi come nazioni

Adesso è l'abuso di posizione dominante. Però c'è già stata la privacy, oppure l'uso dei dati, o le tasse, o le royalty. C'è sempre un motivo e aumenta sempre di più la velocità con cui Stati e giganti digitali sono contro. È la guerra dei mondi. È la politica che cerca di processare un potere che fondamentalmente le sfugge, che non controlla, che probabilmente fa addirittura fatica a capire. È la burocrazia che prova a imbrigliare un sistema che per sua natura sfugge continuamente. La distanza non si colma nei panel del World Economic Forum di Davos, dove Mark Zuckerberg si siede accanto a capi di Stato, premier e ministri delle Finanze: tutti d'accordo sul mondo, sulla necessità di avere autostrade digitali ma poi ogni singolo Stato o confederazione di Stati prova a dimostrare che Facebook elude le tasse.

La Silicon Valley ha creato continenti in un altrove che i governi non riescono a controllare. E l'ha fatto con una velocità che i leader di tutto il mondo non riescono neanche a concepire: tutti affascinati e tutti tremendamente inadeguati per capire che è cambiato il paradigma dei rapporti. Google non è la Coca-Cola. È una multinazionale, ma è anche altro: è un interlocutore continuo, è uno strumento, è una necessità. È, appunto, un Paese, spesso enorme, a volte gigantesco. Ha strati sociali di popolazione, ha livelli di coinvolgimento con i suoi cittadini che i governi non riescono neanche a intercettare. Quindi a comprendere. Gli stessi legislatori che cercano di normare all'infinito il perimetro nel quale vorrebbero che i web giants si muovessero, poi vengono travolti dalla oggettiva difficoltà di farlo. La guerra culturale, ideologica, economica. Per molto tempo abbiamo pensato che fossero soltanto i regimi a combatterla: Google contro la Cina, ovvero la democrazia estrema contro l'assenza di libertà. Quindi l'Occidente che stava dalla parte di Google, e come no. Ma presto ci siamo accorti che su altre basi, anche le democrazie evolute non hanno potuto che scontrarsi con la logica e gli interessi di Facebook, Google, Amazon, Apple. Sempre più spesso ci troviamo di fronte a eventi venduti come scontri tra un'azienda e uno Stato, ma in realtà si tratta di uno Stato contro un altro Stato. Perché spesso l'interesse commerciale è inserito nel contesto di un principio di filosofia della politica. La vicenda Apple-Fbi, dopo la strage di San Bernardino è emblematica. L'interesse nazionale e l'antiterrorismo contro la privacy. Che per un terrorista può apparire facilmente risolvibile a favore dello Stato che vuole la verità su un assassino. Però senza neanche pensarci troppo è chiaro che la questione apre scenari che la vecchia rivalità tra multinazionali tradizionali e politica non aveva. La privacy non è una scusa, o potrebbe anche esserlo, ma s'attorciglia a valori, principi, scelte etiche. E spesso il paradosso è che i portatori di quei principi sono i privati (le aziende) mentre il pubblico cerca di smontarli pezzo per pezzo. Perché? Perché l'ossessione è blindare ciò che blindabile non è. L'Europa in questo ha forzato tutto il possibile. Quindi la webtax, spinta da Bruxelles e da molti governi Ue, per obbligare i giganti del web a pagare le tasse in ogni singolo Paese. Poi c'è la Corte di Giustizia che ha obbligato Google a garantire il «diritto all'oblìo» per proteggere la privacy dei cittadini europei che vogliono cancellare notizie diffamatorie dal motore di ricerca. Poi c'è l'abuso di posizione dominante, ovvero l'ultima frontiera della guerra: Google non renderebbe possibile ad altri sviluppare le App. È l'evoluzione della guerra che Mario Monti fece all'epoca a Microsoft. Fuori dall'Europa eccezionale il caso del Brasile, che ha messo in carcere il numero due di Facebook Sudamerica perché non voleva consentire alla polizia di accedere a WhatsApp. Nessun Paese e nessun Continente è immune. Così come non è immune alcuna azienda.

La guerra è in corso, ovunque e con ogni mezzo. Non ce ne accorgiamo, o non la consideriamo tale, credendo che i principi e il business siano meno tosti delle armi. Eppure senza saperlo siamo coinvolti tutti. Più che in ogni altra guerra mai combattuta prima. Non avere morti per le strade non la rende meno violenta. E probabilmente neanche meno epocale.

Commenti

RawPower75

Gio, 21/04/2016 - 09:57

Questa è la forse la vera guerra del nuovo millenio. Indubbiamente al Grande Capitale lo Stato dà fastidio. Quello che molti non riescono a capire, anche tra i lettori di questo giornale, è che la finanza dello Stato se ne frega: vuol solo fare i suoi comodi e avere "meno Stato" possibile. Atteggiamento lecito, per carità. Ma lo Stato serve ai deboli, che sono i cittadini comuni. Certo, lo Stato ha le sue inefficienze e i suoi sprechi, ma potremo tutti permettersi un giorno sanità privata, scuola privata, previdenza privata? Ai posteri la (non troppo) ardua sentenza.

alberto_his

Gio, 21/04/2016 - 13:20

Accenni al TTIP-ISDS nessuno?