Se il curatore serve a curare anche l'uomo

È rassicurante, e pure temerario, che gli artisti, liberandosi dalle ideologie, abbiamo ripreso a dipingere e a scolpire, ritornando nell'alveo della loro funzione. Oggi è chiamato «panorama classico e moderno» il massiccio ritorno alla figurazione che si registra in una fiera milanese, organizzata da Angelo Crespi: «Grand Art», titolazione impegnativa per dirci non che il passato ritorna ma che, se per millenni l'uomo si è rappresentato, la sua scomparsa è una malattia del nostro tempo, che può essere curata e guarita. È compito anche nostro, dei cosiddetti «curatori», che questo avvenga. Per una lunga parte del secolo che abbiamo alle spalle, con la dittatura delle avanguardie, l'arte si è risolta in una battuta, quasi uno scherzo, dal quadrato nero su fondo nero di Malevich ai tagli di Fontana, alla Merda d'artista.

Valori, centralità dell'uomo, ideali religiosi e politici, sono stati per gran tempo spazzati via, inducendo un pittore come Leonardo Cremonini a classificare le ricerche contemporanee in «arte applicata» e in «arte implicata». Quest'ultima sola, fuori da ogni sperimentazione, è degna di rappresentare l'uomo e il suo destino. Se l'arte deve essere puro gioco, è meglio che non esista. L'arte è invece espressione dell'anima dell'uomo, fino a parlare una lingua universale che riguarda la nostra ragione, i nostri sentimenti, le nostre passioni. L'arte ci implica, ci coinvolge, ci turba. Così, nell'esposizione milanese, assistiamo non a un ritorno alla pittura, ma a un ritorno all'uomo.